martedì, 28 febbraio 2006

Quasi Quasi

Era uno scivolare dell’animo, come se dentro avesse insondabili profondità di perdizione. Talvolta passando davanti allo specchio dell’armadio nella camera dei suoi genitori, si fermava stupito. Chi era quell’estraneo che lo guardava? Era inquietante, davvero. Non si riconosceva affatto. Come era possibile trovare riscontri se la sua personalità interiore  non corrispondeva al suo aspetto esteriore? Così chiamava se stesso “Quasi Quasi”.  “Andiamo, Quasi Quasi è ora di alzarsi” oppure “Dai, Quasi Quasi sbrighiamoci che è tardi”.

Perché Quasi Quasi ? Perché era quasi un ragazzo, quasi intero e quasi spezzato. Quasi Quasi viveva una vita sui binari dell’abitudine, che procedeva per inerzia e gli consentiva talvolta di non esserci davvero, senza provocare guai. In quei momenti tutto gli appariva estraneo e senza senso, ma sapeva che avesse mantenuto la calma nessuno se ne sarebbe accorto.E infatti. La vita sgranava come il proseguire delle perle di un rosario chiuso e rotondo.

Quasi Quasi correva lungo l’argine del fiume in un giorno di primavera. Tornava a casa dopo le lezioni nell’Istituto Professionale dove studiava. Il tepore nell’aria metteva allegria, come una promessa di felicità facile e dovuta. Tutto intorno risuonavano i trilli dei passeri e l’energia fluiva libera dai muscoli delle gambe.

Mentre ogni cosa cantava Quasi Quasi percepì, nell’angolo più remoto della mente, un suono dissonante, cacofonico, deflettente. Dapprima lo registrò soltanto, ma poi dovette decodificarlo. Era una richiesta di aiuto. Disperata. Quasi Quasi dovette tornare sui propri passi per scoprire che appeso penzoloni, a metà altezza, sulla ripida riva del fiume c’era un ragazzino sconvolto, con il viso rigato di lacrime e terra.

 “Aspetta, non ti muovere, ti aiuto io” gli gridò Quasi Quasi. Il piccolo era allo stremo delle forze, probabilmente aveva bigiato la scuola e chissà da quanto tempo si trovava in quella scomoda posizione. Quasi Quasi si slaccio la cintura dai pantaloni, la allungò al massimo, formando un cappio e poi si stese aderente al terreno e la sporse verso il bambino “Riesci a prenderla?” chiese. Il ragazzino l’afferrò senza difficoltà con la mano sinistra. “Bravo” esultò Quasi Quasi. “Infilaci il polso”Il ragazzino obbedì.Tirarlo su però, si rivelò tutt’altra faccenda, molto più problematica. Quasi Quasi scivolò fin dove poteva. Si assicurò con le gambe e si preparò a reggere il ragazzino finchè non fosse passato qualcuno che potesse aiutare entrambi.

Restarono lì per due ore, fino a quando terminata la pausa pranzo, l’idraulico Adelio che tornava al lavoro li trovò, saldamente legati l’uno all’altro per il tramite di una cintura, delle reciproche promesse,  e delle rispettive rassicurazioni. Quando Quasi Quasi,finalmente seduto, anchilosato e ormai giunto alla fine delle sue forze si trovò finalmente davanti il bambino sfinito, lo incamerò tra le braccia e le gambe, stringendolo in un cerchio magico in cui finalmente comprendendo un’altra creatura tornava intero. Solo le mani, danneggiate dallo sforzo prolungato, pendevano inerti da quell’abbraccio infinito.

(Già postato su Cronotachigrafo)

attiminvolo alle 19:43 in: racconti, tuffo carpiato
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lunedì, 27 febbraio 2006

Anna e le parole

Esattamente alle 18,45 di un giovedì pomeriggio Anna cominciò a vomitare parole. Uscivano da sole, le riempivano la bocca, spesse almeno un centimetro, scritte in stampatello minuscolo, di un bel nero brillante e mentre uscivano si impigliavano tra di loro, emme con enne, erre con ti e si aggrovigliavano creandole  ingorghi nella bocca.

Lei si spaventò non poco di quello che capitava, ma presto non ebbe più il tempo di far nulla, se non favorire quel parto straordinario, estraendo essa stessa con le mani tutte quelle parole aggrovigliate. Parole lunghe, parole corte, parole bislacche che non si ricordava di avere mai saputo, e poi le parole di suo padre e quelle di sua madre, le parole che aveva letto e quelle che sognava di sentire, in un fluire continuo e inarrestabile.

Quando alle 19.30 il marito rincasò, ebbe difficoltà ad aprire la porta di casa e dopo molta fatica gli si parò davanti uno spettacolo straordinario. Le montagne di parole avevano ormai raggiunto il metro d'altezza e coprivano quasi per intero i divani. Ora, qualunque altro uomo normale si sarebbe spaventato nel vedere la consorte impegnata in una simile produzione. Ma lui conosceva bene Anna, per averla studiata a fondo prima di sposarla, e sapeva che era capace di cose straordinarie, come ad esempio infilare grossi boli di ripieno in piccolissimi tortellini o ricucire enormi strappi sui suoi pantaloni così bene che i pantaloni si scoprivano nuovi.

Però era un uomo ordinato e capì che non avrebbero potuto più sedersi se non avesse provveduto. Così andò in garage, dove teneva grossi scatoloni per ogni evenienza  e tornò in casa.  E lì cominciò a riempirli, e siccome  era molto razionale iniziò a mettere insieme tutte le parole che cominciavano con la stessa lettera: arpia, ansimare, assillo, assetto, astuto ecc. ecc. E Anna rincuorata dall'atteggiamento positivo del marito cominciò a cooperare.

Alla fine il fiume di parole si seccò. Albeggiava quando chiusero con nastro adesivo l'ultima scatola: zefiro, zanzara, zuccone,zampillo ecc.ecc. Le scatole, ordinatamente sovrapposte riempivano una parete. Anna guardò il marito, aveva gli occhi rossi e la barba lunga. Allora gli tese la mano, che non poteva dirgli più niente e finalmente andarono a dormire...

(Già postato su Cronotachigrafo)
 

attiminvolo alle 20:32 in: racconti, volo libero
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venerdì, 24 febbraio 2006

Un giorno nuovo

Purtroppo un giorno nuovo. Il cielo mi illumina  della luce del mattino come per una fastidiosa abitudine. L’orologio snocciola il suo tempo infinito di minuti in sequenza. Io vorrei essere morta. Ma naturalmente sono viva, vivissima. Così ascolto il mio cuore che batte, questo muscolo che lavora e il sangue che pompa ma non mi ossigena l’anima.

Il dolore trattiene le lacrime chiuse entro la gabbia toracica e la pressione è fortissima. Faccio finta di niente, ma non posso mentire a me stessa. In questo letto vuoto manchi tu. In questo letto il vuoto è più vuoto che altrove. Non è stato così ieri, quando ti ho portato alla Stazione per l’ultima volta e ti ho lasciato sul binario n 3. Quando ti ho girato le spalle e me ne sono andata, per un attimo mi sono sentita intera, la forza che mi allontanava da te era potente.

Non mi sono nemmeno girata per non leggerti il dolore negli occhi. A cosa sarebbe servito? Se mi guardo allo specchio, leggo lo stesso dolore. Ma in questo letto, senza di te, annego. Così mi stringo tra le braccia da sola. Mi stringo le costole vuote e le braccia solitarie, le anche appuntite e le ginocchia aguzze.

Sono troppo spigolosa, me lo dicevi sempre tu e adesso non ti pungerò più. (Anche tu mi pungevi con la tua barba dura, mi inchiodavi su questo letto e mi riempivi di te.) Adesso sarai a casa. Aprirai la porta. Tua moglie dorme ancora, ci scommetto. Tu poggi la valigia. Non ti fermare ora e non guardarti allo specchio, amore, fa troppo male. Bravo. Adesso va, va da lei. Così, forza che ti spingo un po’ io... e poi ti lascio lì sul bordo di quell’altro tuo letto, di quell’altra tua vita....

attiminvolo alle 15:05 in: racconti, caduta libera
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giovedì, 23 febbraio 2006

Anna. la gemella, l'albero e la mamma.

(libera rielaborazione di post)

  E fu mentre percorreva la sua strada, a capo chino, tutta concentrata per non perdere di vista nemmeno uno dei sassolini bianchi che indicavano la direzione, che Anna si imbattè nell' altra parte di sè stessa .Proveniva dalla sinistra, da dietro un cespuglio sempreverde, china e affannata come lei dietro alla sua personale strada di sassolini.

Si squadrarono, e  fronteggiarono con sfida.
Si misurarono, e   contrapposero.

Si riconobbero complementari e sovrapponibili.
Erano simmetriche rispetto a un centro posto da qualche parte tra loro.

Per la prima volta Anna prese coscienza delle sue ragioni e delle motivazioni dell’altra. Dei suoi limiti e dei perchè dell’altra. Per la prima volta constatò come fossero salde le sue mani in quelle  calde e asciutte di lei ....Alla fine si compresero così profondamente ...che in un'attimo si fusero.

Basta conflitti e dicotomie, ora in Anna regna una pace profonda. Ha smesso di affannarsi per improbabili sentieri....Medita, seduta, con le gambe incrociate. La potrete trovare, sulla collina più alta, a nord della terra di nessuno.Il tramonto le regala bagliori dorati. La pioggia la vivifica. Persino le formiche la onorano, accarezzandola con ondeggianti zampine, mentre la percorrono, seguendo un loro personale sentiero, di cui anche lei è parte.....

....dopo un po’, con le tasche piene di sassi, Anna si zavorra. I piedi li pianta nel  morbido fango marrone e caldo.Dalla testa srotola lunghe chiome che si estendono e si allargano. Sono lucidi rami bagnati, ricchi di foglie che piano si spiegano.... Anche le braccia si allungano, mentre le stende verso il cielo. Le guarda, senza paura e le vede ricoprirsi delle rugose venature del legno. Sta cambiando. E si allunga e si alza. La attraversa una potenza che progressivamente cresce. E' una forza che scaturisce direttamente dal terreno nero e ricco.Le da alla testa. Il vento la attraversa, s'insinua e sibila tra le foglie. Chiude gli occhi pesanti....  

Molto tempo dopo, sta. Tranquilla. Sente passare i giorni,  la pioggia gelata la frusta ,la neve la ricopre, il sole irridente le accartoccia le foglie... Un giorno il figlio di Anna, quello piccino, la trova. Lei lo sente arrivare. E' ormai grande, ha mani grandi, piedi grandi, e un cuore enorme. l’ha  cercata per anni sulle colline della  sua vita. E' pieno di frustrata nostalgia, è vuoto del sogno di un amore che è mancato. La ama e la odia. Non si può liberare di lei. Lei lo sente, e questo fa  emergere piano  la sua natura umana. Un braccio si libera per primo e  piano gli accarezzo la testa,  mentre stanco si riposa contro il suo tronco. Poi libera l'altro e l'abbraccia.La testa la libera con un movimento laterale, poi il corpo. Per ultime le gambe. Adesso lui è steso, con la testa sulle  gambe di Anna. "Ma...," le dice "...andiamo a casa."

Suppongo che sia per questo che si va avanti. Non ci si può neanche perdere, se hai figli piccoli....

attiminvolo alle 10:48 in: volo libero
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martedì, 21 febbraio 2006

L'uomo nero

Ero appena una bambina quando incontrai l’uomo nero. Avevo un corpo che cresceva senza che sapessi cosa farmene, lunghe gambe con qualche crosta sui ginocchi, dove ancora restavo bambina. Avevo un odore di polvere, sudore  e latte. Mi specchiavo esitante nello specchio dorato sopra la consolle prima di uscire e vedevo tra quelle fattezze consuete i segni di un cambiamento che non riconoscevo ancora. Ma non mi potevo fermare, avevo il vento tra le dita, e già ero fuori di casa.

Giocavo nell’ombroso cortile di casa e sbattevo la palla contro l’alto muro verticale, povero di finestre, che era il lato esterno del muro del bagno. In quell’angolo addossato all'abitudine suppongo che mi credessi al sicuro. Ricordo che l’aria aveva un sentore di primavera inoltrata. Mi pare che nei campi cominciassero a fiorire i trifogli, con quei fiori violetti che offrivano un cuore dolce da succhiare, proprio dove il petalo si innestava nel verde che diveniva fusto. Il mondo era meraviglioso, una fiaba incantata e io mi lasciavo tentare senza temere di nulla, con un trasporto e un’abbandono che era passione di vivere, fretta di crescere, curiosità e innocenza.

L’uomo mi guardava da un po’, oltre il cancello, quando mi accorsi di lui. Aveva l’aspetto maturo di un adulto e richiamò la mia attenzione con autorevolezza. “Vieni qui, bella.” “Io?” “ Sì, tu” Quando gli fui vicina osservai con curiosità l’abito trasandato, lo sguardo gentile, la bocca sorridente. Aveva un sacchetto di plastica e un bastone. “Vieni” mi disse “che ti devo parlare.” Io lo guardai e gli chiesi “cosa mi devi dire?” “E’ un segreto, una cosa importante, non possiamo parlarne qui”

E così mi estrasse dal mio cortile con quell’unico semplice  richiamo alla mia curiosità, come il movimento di un ago che afferra la polpa di un garagolo e la estrae scivolosa dalle anse ricurve della conchiglia in cui si nasconde. Così mi estrasse dal sicuro cortile. E poi, per sedurmi ed indurlo a seguirlo mi trasse poco distante e cominciò a parlarmi con tono dolce e carezzevole, tenendomi per un braccio. Poco distante c’era la gradinata di un bar chiuso, la strada era deserta. Lui si sedette su quei gradini,adeguandosi improvvisamente alla mia altezza, continuando a parlarmi con tono gentile e nello stesso tempo facendomi sentire importante come un’adulta.

Non ricordo esattamente cosa mi disse, ma mi lusingò,  e ad un certo punto iniziò ad accarezzarmi le gambe che spuntavano dalla gonna  svasata, gambe nude di bambina sopra ai calzini corti di cotone, dapprima con delicatezza leggera, poi con mano sempre più sicura. Il massaggio era piacevole e lui parlava, parlava....

Mia madre mise fine alla cosa. Si sporse dalla finestra e cominciò ad urlare come una pazza di tornare subito a casa, e mentre urlava restava lì, non osava muoversi per paura di quello che sarebbe successo se mi avesse persa di vista. Io non avevo capito niente, quell’estraneo era così gentile, perchè la mamma gridava tanto? Ma ero una bambina obbediente e corsi verso l’urgenza che esplodeva nella voce materna.

L’uomo sparì in un batter d’occhio. Come la neve quando il sole la scioglie, come la carta quando il fuoco la brucia, come il lupo cattivo quando arriva il cacciatore con il suo fucile. Come un sogno che solo per un caso non diventa un incubo....

attiminvolo alle 21:04 in: racconti, lancio con paracadute
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sabato, 18 febbraio 2006

Mario

Racconto notturno, fatto di piccoli passi esitanti fuori dal letto. Dentro il calduccio, fuori un buio gelato e una notte misteriosa. Perchè mai Mario, 9 anni, dovrebbe voler barattare il caldo tepore del letto con il freddo alito dell’ignoto? Forse soltanto perché è della stirpe dell’uomo e ha sangue di Ulisse nelle vene? O forse piuttosto perchè ha molto bevuto (a cena) e agogna il ristoro di una vescica leggera e di un rapido rientro alla base? Ma la sorte ha deciso altrimenti...

Mario accende la luce e si dirige, con una fretta esitante, in direzione del  bagno. La porta è socchiusa, e ne filtra , lungo la sagoma scura, una luce bianca e sfumata.A tratti da quella fessura fioriscono  strani suoni disarticolati. Mario esita, ma poi, per quel principio di causa ed effetto, che regge tutte le cose, allunga la mano contratta e spalanca la porta.

La scena che vede lo lascia per un attimo come stordito. Inginocchiato sul pavimento e strettamente abbracciato al water di casa, c’è uno sconosciuto intento a vomitare anche l’anima. L’uomo lo vede ed ha come un gemito di disappunto. “ Cazzo, ma che ci fai tu qui? La casa doveva essere vuota!” Mario non sta a dare risposte.Fugge.

L’uomo lo prende sulla soglia della sala, Mario si divincola e tira calci. Allora lo sconosciuto lo scrolla:”Smettila, ora, non voglio farti del male”. Mario piange per la rabbia impotente. L’uomo cerca di rabbonirlo: “Su, su, ti ho detto che non voglio farti del male.”Ma Mario piange più forte.L’uomo non sa cosa fare, teme che il rumore attiri l’attenzione di qualche vicino e gli chiude la bocca con la mano.”Adesso basta” gli ringhia “Ok?” Mario annuisce. L’uomo lo lascia.

“Dove sono i tuoi?” gli chiede “e come mai ti hanno lasciato solo?” “Ormai sono grande” risponde Mario “NON SI E’ MAI ABBASTANZA GRANDI” sentenzia l’uomo “Vedi può sempre capitare un ladro...” “Un ladro di bambini?” chiede con finta indifferenza Mario. “No, perbacco, non di bambini” risponde il giovane uomo un po’ imbarazzato. “E di cosa allora?” “Televisori, stereo, computer, quadri...” “A beh, allora...” Mario respira con sollievo “Ruba quello che vuoi, ma poi vai via, ...per favore!” “Ok” lo sconosciuto sorride e gli tende la mano. E poi mentre se la stringono, solenni, il giovane uomo di colpo impallidisce. Si stringe lo stomaco. “Che ti succede?” chiede il bambino. “Niente, ho questo dolore e non sto molto bene”

L’attacco doloroso è molto forte. L’uomo si piega in due, ha il viso imperlato di sudore e si appoggia alla parete. Mario lo guarda e lo vede scivolare lento, come in un film al rallentatore, dapprima in verticale, lungo il muro, poi sbilanciarsi e cadere in avanti, con la testa incuneata nell’angolo formato dal lato esterno del divano con il proseguimento del muro. Mario rimane immobile. Registra l’accaduto, per un attimo è indeciso sul da farsi. Poi si china verso l’uomo e cerca di allungarlo, prendendogli le gambe e tirandole. Alla fine ci riesce e con fatica lo gira in posizione supina.

Mario accende la luce. Lo sconosciuto è poco più che un ragazzo, con la faccia terrea e la fronte sudata, allora chiama il 118 e spiega che c’è un uomo svenuto nel salotto di casa. Tutto il resto avviene per rotolamento, per un concorso di fatti, da quel primo fatidico gesto di aprire la porta del bagno fino all’arrivo dell’ambulanza, succede che un bimbo, sorpreso da solo nella casa deserta, salvi la vita di un ladro con un attacco di appendicite.

attiminvolo alle 08:57 in: racconti, volo notturno
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mercoledì, 15 febbraio 2006

La grattugia

Eppure di tutte quelle parole che avevano fatto la loro storia non ne era rimasta che una: " Addio". Come a rimettere nelle mani di Dio quello che loro due non avevano potuto comporre, nè in cucina, nè in sala, nè in camera da letto. E lo strazio della strappo era tutto raggomitolato nel piccolo corpo di Alessio, 4 anni a Natale. Doloroso persino respirare e guardarlo Alessio, biondo, con il nasino perennemente otturato dal muco."Dov'è il mio papà?" chiedeva. E Mirella che non aveva risposte non gliene dava.

Come si va avanti quando non vedi più nulla davanti? Come si insiste a vivere quando vivere ti nausea? Quando non sai più dove andare, alla fine la vita ti porta lei. Ti porta dove vuole e a te non resta che seguirla. Così Mirella si trovò la vita davanti. "La nausea che prova, in una giovane donna, di solito ha un senso preciso" le disse il medico di base. Mirella  lo fissò stupita. Non ci aveva pensato che in mezzo a tutto quel veleno potesse germinare qualcosa. Però uscita dal medico, corse in farmacia.

E infatti, la striscia bluastra si compose obbediente nella finestrella. Mirella la guardava allibita. "Mamma, mamma ho fame" piagnucolò Alessio entrato in bagno come un'uragano. Mirella gli sorrise, era quasi l'una, Alessio aveva ragione. Così andò in cucina e cominciò a preparare una pastasciutta. L'acqua, il sale, e poi pentolino con olio, aglio e cipolla, pomodoro e basilico. E intanto che compiva quegli atti quotidiani cercava di immaginarsi come affrontare quella novità che "disprava" nuovamente il mazzo e ridistribuiva le carte.

Di nuovo e più pressanti si contrapponevano  i diritti dei figli a quelli degli adulti. Il diritto di Alessio di avere una famiglia con un padre e una madre ora acquistava un peso maggiore, perchè questo, non ancora nato, rinnovava la richiesta e rilanciava il gioco. Mirella grattugiava il formaggio grana. E dentro di sé pensava: "Come posso ricucire questa storia con un uomo che non amo più? Chi mi darà la forza di essere la moglie che lui si aspetta?" "Basta mamma, hai fatto una montagna." Mirella si riscosse. In effetti aveva grattugiato grana per un esercito. Così si mise a ridere, colpita da subitaneo buon umore.Evidentemente la decisione era già presa: si allargava la famiglia e lei grattugiava il doppio.

attiminvolo alle 16:09 in: racconti, tuffo carpiato
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domenica, 12 febbraio 2006

L'odore di muffa

L’odore di muffa del sottoscala che portava alla cantina era uno sgradevole inconveniente. Lui vicino a me era il premio. “Esco ma' , porto via la spazzatura” In realtà scendevo due rampe di scale e come un cucciolo mi rifugiavo nel suo abbraccio. Mi baciava molto a lungo, avevamo quindici minuti buoni. Mi faceva impazzire il soffio caldo del suo respiro dentro le mie orecchie. Il languore che mi invadeva mi faceva cedevoli persino le ginocchia.

Però mi sforzavo di restare su e aderivo a lui il più possibile. Lui mi stringeva e ci sfinivamo di baci. ”Arriverà il momento di volare insieme. Non ancora, non ora.” Io temevo quel momento, lui mi spingeva in quella direzione.  Era un passo misterioso che mi attirava e mi atterriva. Così affrontai la cosa a modo mio: con le parole. Cercai di capire cosa ne pensasse lui. Lui mi stupì. Mi disse:” succederà quando sarà il momento”.

Fu questo alla fine che lo fece succedere. Arrivò il momento. Era domenica, e non ricordo nessun imbarazzo, nessuna vergogna e un dolore che mentre trattenevo il respiro era già finito. Forse perchè lui non aveva esitato e io non l'avevo fermato. Forse perchè eravamo così giovani che vivere pareva una questione di vita e di morte, forse perchè volevamo tutto e lo volevamo subito. Avemmo molte cose, non tutte belle. Fu per dispetto che la sorte ci punì.

A seguito di un incidente stradale restò paralizzato ed eravamo sposati da poco. La vita si divise improvvisamente in prima e dopo l’incidente. Ma come sempre accade è proprio quando vieni derubato dalla sorte che l'esperienza ti arricchisce di qualcosa’altro. Siamo molto cresciuti e il nostro legame è divenuto un vincolo che poggia sulla necessità reciproca. Ora è tutto un pochino più faticoso: uscire, muoversi in casa, vivere, richiedono un’attenzione e un impegno costante, ma l’allenamento continuo e il tempo che è passato ci consentono di dire che ce l’abbiamo fatta. Abbiamo adattato il mondo a noi stessi, flettendolo con forza e intelligenza senza arrenderci davanti a un marciapiede, a una scala, studiando i percorsi della città ad ostacoli dove abitiamo.

Resta il dislivello, una differenza di altezza tra noi due a ricordare che quello che è successo è irreversibile.....ma quando cala la sera e lui smette la sua carrozzina ci accoccoliamo vicini vicini nel grande letto matrimoniale e torniamo a guardarci diritto negli occhi, come quando ci baciavamo nel sottoscala che portava alla cantina, con il sacchetto della spazzatura vicino ai piedi e tutta la vita davanti.

attiminvolo alle 22:19 in: racconti, volo libero
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venerdì, 10 febbraio 2006

I giardinetti

E questa invece è una storia  senza capo nè coda, nata ai margini di un giardinetto di periferia, dove l'erba se la mangiano le corse dei bambini e il campo da calcio è un rettangolo scoperto e polveroso, le giostre hanno perso lo smalto e la ruggine affiora negli spigoli. Il giardinetto è teatro di molte rappresentazioni di diversa umanità.

Durante la mattina è soprattutto il regno dei nonni. Con il volto segnato e i capelli bianchi il nonno spinge passeggini che contengono sempre bimbi molto piccoli, non ancora in età di asilo. Il nonno assapora per una volta ancora, il gusto di essere necessario e riempie l'aria di risate e discorsi in dialetto. I nonni ridono perchè sono felici come bambini in vacanza, e perchè hanno beffato la morte ancora per un po'.

Le mamme arrivano nel pomeriggio, dopo il lavoro, con i loro figli più grandi e vivaci. Mentre loro si misurano, sedute a gruppetti sulle panchine sparute, circa le dinamiche dei bucati e l'opportunità di iscrivere i figli all'ennesimo corso, i figli si scapecollano, litigano, si spintonano, si velano di un sudore polveroso e acre e si scaricano come pile duracell.

Quando la sera volge verso lo scuro arrivano alla spicciolata i giovani, una compagnia di ragazzi che alza risate secche ed urla e gioca. Fanno prove della vita, si stringono tra di loro come a cercare il calore necessario per crescere. 

Ma è durante la notte che il giardinetto diventa teatro del gioco della vita e della morte. Nella solitudine buia e silenziosa c'è una vita selvaggia che si rivela. Stanotte ha l'aspetto di una gatta, che si aggira furtiva, tra le piante cespugliose, appoggiando con cura e circospezione ogni zampa sul terreno duro. Ha un'eleganza innata, che non perde nonostante sia evidentemente gravida. La gatta si muove con agilità , ha una pancia enorme che rasenta l'erba bassa e  occhi gialli che brillano nel buio, illuminato solo da una luna lontana, e orecchie che vibrano di suoni bassi e impercettibili.

E poi c'è Ettore che trema e aspetta l'amico, quello che gli porta la roba. E' giovane,  magro e agitato.

La gatta attraversa tutto il giardinetto e poi si infila dentro un'apertura che si apre sulla parete di un casotto dove gli uomini ripongono attrezzi da lavoro. Geme, cerca una posizione comoda e poi scodella un gattino che si affretta a pulire con cura. Partorisce, uno dopo l'altro, cinque cuccioli, umidi e insacchettati dentro membrane lucide e trasparenti, in perfetta quiete e solitudine. Solo il salice piangente assiste la gatta e la tiene d'occhio attraverso lo stretto pertugio. La luna offre un raggio di luce gelata. E poi non si sente più nulla, solo il ronfare stanco che piano si spegne.

Ettore si appoggia al casotto, finalmente si è fatto. Lascia andare la testa e aspetta la fine del mondo.

attiminvolo alle 22:46 in: racconti, la fine del volo
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martedì, 07 febbraio 2006

Anna va in paradiso

Quando scese dalla metropolitana celeste Anna per un attimo non vide proprio nulla, il chiarore era accecante. Inoltre si era attardata un po' troppo, avviandosi senza  molta convinzione, e così era rimasta proprio per ultima.  Non aveva poi questa gran fretta di andare davanti al tribunale divino. Sapeva di avere qualche peccatuccio, niente di che, ma comunque...E così si ritrovò da sola in tutto quel bianco, il treno vuoto si allontava nel nulla, tornando da dove era venuto, la fila delle anime rimpiccioliva lenta verso la direzione opposta, e lei.... Lei virò a sinistra e si incamminò leggera verso il nulla. Man mano che camminava sentiva una gran gioia, l'aria profumava di buono e non avvertiva nessun peso e nessuna stanchezza. "Ecco " pensò "questo è il bello del Paradiso: questa leggerezza felice..."

Camminare era un tal piacere che camminò per sedici giorni terrestri e avrebbe camminato ancora, se in  quel luogo che pareva infinito non avesse incrociato una bambina. Sedeva  nel bianco totale e piangeva disperatamente. "Ma dai, che fai, piangi? Non farai sul serio! Non senti quanta gioia e pace c'è in questo posto?" "Piango" rispose la bimba "perchè devo andare via di qui. " " E perché mai?" "Perché c'è un'anima in più, e quando c'è un'anima in più se ne va la più giovane!" Anna inorridì : la sua superficialità stava per costare la felicità di quella dolcissima creatura. Non ci pensò un'attimo e si mise a gridare "Io sono l'anima in più. Io devo andarmene" Il buon Pietro la sentì subito perchè lì non gridava mai nessuno e la sua voce potente tuonò  "Ah ecco, adesso  sì che il conto torna. Via, subito al Purgatorio quell'anima persa."

Con un lampo azzurrino Anna sparì e ricomparve subito in un ambiente diverso. L'aria era nebbiosa, il colore dominante era un grigio pallido e il terreno era sassoso e arido. Anna senti di nuovo e di colpo parte del peso del corpo, così si sedette su un grande masso e pensò di riposarsi un po'. Mentre se ne stava lì tranquilla passò un ometto che spingeva un biroccino. "Ali, ali di prima scelta" Anna un po' incuriosita si alzò e vide ammucchiate disordinatamente sul carretto molte paia di bellissime ali "Ohi buon uomo  quanto costano le vostre ali?" " E voi anima bella cosa avete da darmi?" Anna non aveva nulla con sè e così disse "Vi pagherò in natura" "Affare fatto" Rispose l'uomo, lasciò il carretto e le comunicò "Io sono libero e prendo il mio paio d'ali, voi potrete avere il vostro quando incontrerete qualcuno disposto a pagare con il suo corpo, prendendo il vostro posto" "Anna rimase allibita, non era esattamente quello che aveva pensato! Ma cosa fatta capo ha e così iniziò a spingere il biroccino, pesantissimo e colmo di quelle meravigliose ali che lei desiderava tantissimo.

Un giorno incontrò un bellissimo giovane che piangeva appoggiato contro una parete ripida e rocciosa. Anna si deterse la fronte con l'avambraccio, divenuto snello e muscoloso, gli si avvicinò e gli chiese: "Che cosa fa soffrire così tanto un bel giovane come voi?"  Lui non sollevò nemmeno il volto " La morte mi ha separato dalla mia anima gemella ed ora io non posso fare a meno di soffrire per ogni secondo di questa eternità che ci separa! Se solo potessi raggiungerla e parlarle per l'ultima volta..." Anna non ci pensò due volte e gli disse "Prendete un paio di queste ali e volate dal vostro perduto amore". Il giovane scoloriva, rimpicciolendo piano  nel grigio piatto di quel cielo, quando si sentì la voce tonante di Pietro. Era un tantino alterata: "Chi è quello scriteriato che ha sperperato così un vero paio d'ali d'angelo? Subito all'inferno" Anna vide con orrore che le si apriva una voragine sotto ai piedi e ci scivolò dentro senza potersi opporre. Scivolò per un tempo infinito dentro un budello che diveniva più caldo man mano che continuava. Quando alla fine finì si ritrovò ansante, completamente nuda e  sudata a ridosso di un muro sbrecciato di quella che sembrava una periferia urbana. Allungò una mano a rubare dei panni stesi provvidenzialmente ad asciugare sotto a una finestra e si incamminò  sull'asfalto scuro verso una seconda opportunità di vita. Un'inferno, appunto. 

attiminvolo alle 22:10 in: racconti, discesa agli inferi
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