Quasi Quasi
Era uno scivolare dell’animo, come se dentro avesse insondabili profondità di perdizione. Talvolta passando davanti allo specchio dell’armadio nella camera dei suoi genitori, si fermava stupito. Chi era quell’estraneo che lo guardava? Era inquietante, davvero. Non si riconosceva affatto. Come era possibile trovare riscontri se la sua personalità interiore non corrispondeva al suo aspetto esteriore? Così chiamava se stesso “Quasi Quasi”. “Andiamo, Quasi Quasi è ora di alzarsi” oppure “Dai, Quasi Quasi sbrighiamoci che è tardi”.
Perché Quasi Quasi ? Perché era quasi un ragazzo, quasi intero e quasi spezzato. Quasi Quasi viveva una vita sui binari dell’abitudine, che procedeva per inerzia e gli consentiva talvolta di non esserci davvero, senza provocare guai. In quei momenti tutto gli appariva estraneo e senza senso, ma sapeva che avesse mantenuto la calma nessuno se ne sarebbe accorto.E infatti. La vita sgranava come il proseguire delle perle di un rosario chiuso e rotondo.
Quasi Quasi correva lungo l’argine del fiume in un giorno di primavera. Tornava a casa dopo le lezioni nell’Istituto Professionale dove studiava. Il tepore nell’aria metteva allegria, come una promessa di felicità facile e dovuta. Tutto intorno risuonavano i trilli dei passeri e l’energia fluiva libera dai muscoli delle gambe.
Mentre ogni cosa cantava Quasi Quasi percepì, nell’angolo più remoto della mente, un suono dissonante, cacofonico, deflettente. Dapprima lo registrò soltanto, ma poi dovette decodificarlo. Era una richiesta di aiuto. Disperata. Quasi Quasi dovette tornare sui propri passi per scoprire che appeso penzoloni, a metà altezza, sulla ripida riva del fiume c’era un ragazzino sconvolto, con il viso rigato di lacrime e terra.
“Aspetta, non ti muovere, ti aiuto io” gli gridò Quasi Quasi. Il piccolo era allo stremo delle forze, probabilmente aveva bigiato la scuola e chissà da quanto tempo si trovava in quella scomoda posizione. Quasi Quasi si slaccio la cintura dai pantaloni, la allungò al massimo, formando un cappio e poi si stese aderente al terreno e la sporse verso il bambino “Riesci a prenderla?” chiese. Il ragazzino l’afferrò senza difficoltà con la mano sinistra. “Bravo” esultò Quasi Quasi. “Infilaci il polso”Il ragazzino obbedì.Tirarlo su però, si rivelò tutt’altra faccenda, molto più problematica. Quasi Quasi scivolò fin dove poteva. Si assicurò con le gambe e si preparò a reggere il ragazzino finchè non fosse passato qualcuno che potesse aiutare entrambi.
Restarono lì per due ore, fino a quando terminata la pausa pranzo, l’idraulico Adelio che tornava al lavoro li trovò, saldamente legati l’uno all’altro per il tramite di una cintura, delle reciproche promesse, e delle rispettive rassicurazioni. Quando Quasi Quasi,finalmente seduto, anchilosato e ormai giunto alla fine delle sue forze si trovò finalmente davanti il bambino sfinito, lo incamerò tra le braccia e le gambe, stringendolo in un cerchio magico in cui finalmente comprendendo un’altra creatura tornava intero. Solo le mani, danneggiate dallo sforzo prolungato, pendevano inerti da quell’abbraccio infinito.
(Già postato su Cronotachigrafo)






