Pinuccia era piccolissima quando aveva perso la mamma. Nemmeno se ne ricordava più di averne avuta una, se non per lo struggimento che le dava talvolta osservare il cielo, quasi che tra le stelle appiccicate lassù ci fosse il ricordo di occhi buoni che la proteggevano. E di protezione aveva effettivamente bisogno, che il padre era sempre al lavoro e lei cresceva rustica e selvatica come un’erba di campo, diceva zia Matilde.
Ma la verità era che Pinuccia era sola. I capelli le crescevano già spettinati, così non si poteva farci nulla, le unghie se le mangiava tutte e l’abito le si accorciava addosso, come per magia. Zia Matilde veniva a trovarla quando poteva, ma aveva pure lei i suoi mocciosi, tre, tutti di età tra i 2 e gli 8 anni. Fortunatamente ad un certo punto quando il mondo stava per franarle addosso, per l’impossibilità di scoprirne le regole, Pinuccia scoprì di poter parlare con le cose.
Era come se gli oggetti che sua madre aveva maneggiato per tanto tempo ne avessero assorbito in parte l’essenza, o l’amore, che è lo stesso, essendo l’amore l’essenza di una madre e gliela trasmettessero in un linguaggio che capiva solo lei. Pinuccia se ne accorse una mattina che aveva messo un goccio di latte in una vecchio pentolino a scaldare sul fornello. "Corri, corri" La chiamò il pentolino "Il latte esce". Appena in tempo!
Pinuccia ringraziò il pentolino, non tanto stupita di quella voce che gli usciva chissà da dove, piuttosto grata, (come un assetato che beva un’acqua di cui ha così bisogno, da non chiederne affatto la provenienza...). Da quel giorno le cose tutte, si presero cura di lei. La sveglia la svegliava ogni mattina con i nomi più dolci che conosceva, (.. purtroppo conosceva quasi esclusivamente numeri), il pettine la chiamava per pettinarla , "vieni Pinuccia che ti insegno..." (... e piano piano domava la sua massa crespa di capelli, un giorno a destra, un giorno a sinistra), così il sapone, che con tutta la sua schiuma, non le entrò mai in un’occhio.... Pinuccia crebbe, il forno le insegnò a cucinare, il ferro a stirare, i libri a leggere, i numeri a far di conto.
Un giorno alla sua porta bussò uno sconosciuto. "Non aprire" disse la porta "chiedi prima chi è" "Chi è?" chiese Pinuccia "Sono un giovanotto che si è perso" rispose lo sconosciuto. Alla porta piacque, quindi si aprì. Subito la sedia si propose "Fallo sedere, Pinuccia" suggerì sottovoce..." La prego, si sieda" disse lei. "Con piacere" rispose lui. "Offrigli un caffè" buttò lì di nascosto la vecchia cuccuma. "Posso offrirle un caffè?" Chiese Pinuccia. "Volentieri" rispose lui. Poi ci furono i biscotti ...e bisognò andare a vedere il roseto, che era un trionfo di rose appassionate. I due passeggiarono, passeggiarono, passeggiarono e infine si innamorarono.
Pinuccia si sposò, cambiò casa, cambiò vita , ebbe dei figli suoi , aprì una rivendita di giornali .....e perse quella straordinaria capacità che le aveva salvato la vita. Ma non se ne dispiacque, perchè aveva capito che non si è mai veramente soli, purchè si sappia leggere nell’essenza delle cose di quelli che sono venuti prima di noi e lasciare un segno, piccolo, anonimo, scritto con le parole dell’amore e dell’abitudine per quelli che verranno dopo.