venerdì, 26 maggio 2006

Una sera la  Grande Stanchezza, tornata dal lavoro, aprì la porta di casa e lì sulla soglia si scompose tremando. I resti di quella schifosa giornata giacevano a terra nel caos completo , nel disordine assoluto, nell'anarchia totale. Le braccia, piegate ad angolo retto cominciarono allora a darsi una mano. Dapprima afferrarono insieme la gamba sinistra, e piano e con calma cominciarono ad avvitarla su un'anca. In seguito misero insieme anche un piede, ricostruendo, quasi senza difetto, tutta la gamba destra. Un seno si era perso, forse per sempre. Ma il guaio vero fu uno soprattutto: la testa....

- No, lasciatemi in pace vi ho detto che non ne voglio sapere di ricominciare a dirigere tutto! -

Così blaterava a gran voce, assai più agitata di quanto fosse lecito. Le mani, si sa non hanno parole...ma gesti.  Ecco , per la migliore comprensione di chi non conosca il linguaggio dei segni, una traduzione istantanea e parlata del dialogo che si svolse  tra i vari componenti di quella povera creatura - appunto la Sig.ra Grande Stanchezza - fratturata e frantumata sul pavimento dell'ingresso, presso la porta di casa spalancata, senza riparo e senza difesa, alla mercè di qualunque ladro o malintenzionato che passasse di lì  .

Mano destra :  "Non dire ca**ate, sbrigati e vieni qui! "

Testa :  "Ti piacerebbe mettermi le mani addosso, eh, eh prova a prendermi se ci riesci...."

Mano Sinistra : " Dai, non fare così, hai ragione di protestare, ma tutti noi siamo stanchi...coraggio vieni qui "

Testa: " No - oh, no -oh  da adesso in avanti voglio fare il vaso di fiori, oppure voglio stare sul ripiano della libreria a tener su la fila dei libri con il naso! Voglio una ca**o di vacanza. Voglio un cavolo di pausa, un momento di relax. Non voglio più vedervi..."

Mano destra : " Sei la solita testa calda! Obbedisci e piegati al tuo destino!"

Testa : " Mi dispiace non ce la faccio proprio più. Ma avete idea di cosa significa CAPIRE? capire sempre tutto, non FARE SOLAMENTE, ma leggere in fondo agli sguardi della gente la VERITA' , vedere la realtà con tutti i suoi limiti, capire che non ci son risposte, soluzioni, trucchi. Vedere il mondo com'é e andare avanti lo stesso, tutti i santi giorni a combattere senza nessuna possibilità di vincere? Ma come deve fare una povera piccola testa calda...?"

La mano sinistra sospirò: " Pfuuuu",  il ginocchio destro si commosse,  il femore destro rise - non che ci fosse nulla di divertente - ma era notoriamente la parte più fuori di testa dell'intero organismo -

Parlarono a lungo, fecero il punto della situazione, piansero a turno. Poichè non se ne veniva a capo litigarono furiosamente. Purtroppo erano tutti legati e dipendevano gli uni dagli altri. Quando sorse l'alba arancione tacquero tutti e poi come una sola donna tornarono insieme.

La Grande Stanchezza si aggiustò il collo e si abbottonò lo spolverino, cannando completamente l'abbinamento asola-bottone.

- Ecco , mancava - Disse, ma non fece nulla per ripristinare la serie, invece prese la manopola della porta e se la tirò dietro. Cominciava una giornata nuova.

(già postato su cronotachigrafo)

CRONOTACHIGRAFO alle 16:19 in: racconti
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mercoledì, 10 maggio 2006

Una storia mooolto sconveniente

Si conoscevano casualmente da tempo, pur frequentando cassetti diversi. Era una conoscenza formale e superficiale, ma lui l’aveva notata subito e mostrava verso di lei un certo interesse gentile. Di lei non è dato sapere, poichè aveva sempre mantenuto un atteggiamento di contegnoso riserbo.

Lui era allampanato e scuro, elegante ed essenziale, percorso per tutta la sua lunghezza da una serie di costine. Era sempre in compagnia del fratello, un tipo silenzioso che gli assomigliava molto.
Lei era cedevole al tatto, setosa e morbida, con inaspettati inserti di pizzo che fiorivano maliziosi tra il nero della stoffa lucida, creando a sorpresa, improvvise trasparenze.

“Buongiorno” e “Buonasera”, nulla di più, talvolta avevano condiviso un appoggio temporaneo sul piano del letto. Lui rigorosamente dalla parte sinistra, lei rigorosamente dalla parte destra.
Qualche volta avevano condiviso anche la permanenza nel cesto della biancheria sporca, ma mai, mai e poi mai avevano diviso l’esperienza mistica del meraviglioso viaggio nella straordinaria macchina che gli uomini chiamano lavatrice.

A lui, capo rustico e di poco prezzo, era normalmente vietato mescolarsi con una come lei. A lei soltanto, damina dai modi signorili, era riservato il privilegio del lavaggio “delicato”, e lui non l’avrebbe probabilmente sperimentato mai se non fosse rimasto “scompagno” in fondo al cesto della biancheria sporca, unico rimasuglio da lavare.

Così la mano efficiente e sbrigativa della padrona di casa lo afferrò per la collottola e con un movimento deciso lo srotolò per intero. Si aprì l’enorme bocca trasparente e il calzino fu inserito con precisione all’interno della grande vasca lucente.

Mentre giaceva nel buio, sopra a un mucchietto di panni , avvertì una piacevole sensazione tattile proprio sotto al calcagno. Era proprio la signorina in questione. Il calzino in parte si sovrapponeva all’adorabile creatura che giaceva apertamente distesa con morbido abbandono.

La vicinanza era notevole e il calzino iniziò ad emozionarsi, aveva qualche difficoltà a mantenere una respirazione silenziosa. Tentava di rallentare il respiro, ma sentiva che non aveva aria a sufficienza.
L’inizio del ciclo di lavaggio giunse pietoso a toglierlo d’impaccio. Annunciato da un suono cristallino di acqua che scendeva a cascata, riversava infine sopra a tutti loro una massa fragrante e profumata, frazionata in milioni di piccole gocce di un liquido scivoloso: acqua e detersivo emulsionati .

Il calzino si sentì strappare verso l’alto e poi discese verso il basso, accompagnato con un movimento languido che cominciava a lavorargli dentro. Nel movimento ogni indumento si appoggiava all’altro e poi prendevano direzioni diverse, per scontrarsi in seguito di nuovo.

La" vezzosa mutandina " gli danzava d’intorno, scomparendo a tratti nel vortice di una giravolta. Quando il movimento aumentò di intensità e si fece rotolante il calzino si lasciò andare, il vortice lo catturò completamente, il giro del cestello divenne completo e tutto parve perdere senso e riferimento. L’acqua sciabordava con un movimento che non aveva fine, attutiva i movimenti e li rendeva riflessi e senza peso.

Il calzino fece un’altro giro completo, seguito da presso dalla mutandina, che esplose complice in una risatina squillante. Lui si drizzò sul bordo elastico per guardarla meglio e quello che vide lo lasciò senza fiato. Lei danzava meravigliosamente nell’acqua scivolosa, volava quasi, allargandosi con il corpo sciolto. La stoffa, gonfia d’acqua ondeggiava soffice ed invitante.

Forse fu solo un’impressione, ma anche l’acqua parve scaldarsi. Il calzino agì d’istinto e con un movimento fluido si gettò verso la creatura che lo attirava tanto. Tutto il resto del mondo scomparve mentre lui la penetrava.

Strettamente allacciati affrontarono il resto del lavaggio, con l’acqua che vorticava tirandoli verso il basso per gli improvvisi mutamenti di direzione del cestello, con le pause e i cambi di ritmo.

Strettamente allacciati affrontarono il risciacquo, tonico, insistito e prolungato.

Strettamente allacciati affrontarono il giro della morte della centrifuga.

E quando non ebbero più fiato e forze, giacquero stropicciati e stanchi sul fondo concavo della lavatrice.
Furono separati, alla fine, dalla efficiente padrona di casa, che li stese vicini vicini su un unico filo di plastica bianca. E lì rimasero, tutta una notte, oltre la ringhiera del balcone, a penzoloni sul nulla, sotto a un cielo pieno di stelle, a raccontarsi sospiri di desiderio e promesse d’ amore eterno.

 (Già pubblicato su Cronotachigrafo)
attiminvolo alle 20:52 in: volo libero
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lunedì, 01 maggio 2006

La quercia

 Era una meravigliosa quercia, aveva una fantastica chioma di foglie, rami lunghi e affusolati, colori caldi e dorati. Si ergeva sulla grande collina e dominava solitaria un vasto appezzamento di terreno. A volte sentiva la mancanza di qualche suo simile, li sapeva tutti vicini in un bosco più a valle, ma il più delle volte era felice per quello che aveva, fosse uno sberleffo di sole o la visita di una tortora, o qualche nuova nascita nella colonia di passeri.

Amava anche la pioggia che la picchiettava ovunque, lavandole le foglie e lasciandola nuova, mentre un vento, gentile, la asciugava. Amava il sole caldo che la stordiva e il profilo sempre uguale delle colline che si abbracciavano strette, appoggiandosi le une alle altre ma mutavano veste a seconda della stagioni. E si stupiva ogni volta nel vedere quanti fossero i colori del cielo, quando il sole andava a sparire in un punto lontano all’orizzonte oppure quando un sole nuovo di zecca spuntava da un’altra parte  e aggiungeva un nuovo tono dorato, che ogni volta le sembrava come un regalo che la vita facesse alla vita.

A volte tra le radici che la saldavano al terreno nasceva qualche fungo.Era raro, perché si sa che    molti funghi apprezzano  soprattutto betulle o frassini o salici di cui amano la cedevole natura e le fragili sembianze. Erano eterni indecisi, apparivano quando anche le nebbie facevano capolino e le foglie se andavano dolenti al suono del vento, per sparire all’improvviso senza preavviso e senza rumore alcuno. Riapparivano a volte, sostavano il tempo breve di un sospiro e di nuovo sparivano. Però la quercia non si doleva per questo. Erano così piccoli e lontani dal suo cuore.

Il cuore di una quercia non è di facile individuazione, per certo sapeva di possederne uno, le doleva talvolta, ma dove precisamente, non avrebbe saputo dirlo. Certo le pareva che fosse molto vicino alla testa, aereo quasi, perché aveva una vera passione per i falchi. I falchi scrivevano il cielo con voli arditi, lasciavano un segno, osavano vivere secondo natura. “Coraggio” era il loro primo comandamento, “orgoglio” era il secondo, “fierezza” era il terzo.  La quercia tratteneva il respiro sotto quei voli con le grandi ali spalancate che le sembravano lente carezze.

Passavano le stagioni e ognuna aggiungeva qualcosa alla quercia,  un’impressione, un dono, talvolta soltanto una ruga che sul legno si approfondiva lenta, mentre la quercia cresceva e cresceva e il suo fogliame si allargava e le sue radici pompavano nutrimento dal terreno e la vita scorreva in questa tranquilla solitudine.

Un giorno la  quercia si svegliò e capì di essere diventata vecchia. Lo capì perché vide che il mondo era meno rosato e si sentì un’esperienza e una conoscenza che non temeva di nulla, .. quasi di nulla. Ora che non aveva più paura di vivere doveva affrontare la paura di morire. La Morte ghignava già da un po’, nascosta nelle ombre che si allungavano lente all’arrivar della sera. La quercia fingeva di non vederle, ma non era proprio una soluzione. Così decise che doveva affrontare il problema come il falco che ammirava tanto, con coraggio.

Per prendere un appuntamento con la Morte chiese l’aiuto del gufo, che la Morte la frequentava spesso, per le sue abitudini di mangiare topi, e ne aveva dimestichezza. Alle 23.59 di un venerdì 13 gennaio, la Morte arrivò sulla collina. Arrivò in pompa magna, preceduta dai lampi di un  temporale tremendo e da tuoni sontuosi. Arrivò scivolando sull’erba che si piegava, senza muovere un passo, o un muscolo o un sopracciglio. Poi si pose davanti alla quercia e la interpellò:”Così hai voluto vedermi. Dimmi cosa posso fare per te?”

La quercia era paralizzata dalla paura,  le si era agghiacciata tutta la linfa, e i rami cedevano sotto il loro stesso peso e il tronco crepitava secco, ma disse “Io ti ho chiamata perché tu faccia qualcosa per me. Non mi ghermirai mentre dormo, o con l’inganno, o con subdola astuzia. Faremo un patto, io e te. Verrai su questa collina tra dieci anni esatti e io ti aspetterò. Non fuggirò, non piangerò, non combatterò con te. Ma non voglio vederti prima di allora!”

La Morte ci pensò su e  come c’era da aspettarsi obiettò “E io cosa ci guadagno?”Ma la quercia sorrise e rispose “ Quanti di quelli che rubi alla vita vengono volentieri con te? Io ne sarò contenta. Sarà come avere un appuntamento. Aspettarmi mi renderà più desiderabile e anch’io penserò a te con tenerezza”

La Morte è spietata, ma presa per il suo verso si lasciò convincere. E la quercia? La quercia è ancora lì e se è furba la metà di quello che sembra starà lì per ancora molto, ma molto tempo ancora... 
(già postata su cronotachigrafo)

 

attiminvolo alle 08:46 in: racconti, discesa agli inferi
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