mercoledì, 26 marzo 2008

Capo 15

Da casa di Claudio telefono a mia madre. "Autocontrollo, non la spaventare" mi dico. "Ciao, ma'. Mi sa che domani ti porto i bambini." sfodero un tono di disinvolta allegria. "Ma che brava, mi hai dato retta. E tu non ti fermi qualche giorno?" "Non posso, lo sai che non ho ferie" taglio corto. Sono così stanca. "Partiamo verso le sette, ci accompagna Claudio, saremo da te per le 11,00. Dopo pranzo io e Claudio ripartiamo"

Intanto Claudio ha ordinato pizza take away. La mangiamo direttamente dal cartone della pizzeria e beviamo coca cola dalla lattina. Siamo tutti  stanchi.

Per la notte sistemiamo i bambini nel lettone, in camera di Claudio. Si addormentano quasi subito. Io e lui ci dovremo arrangiare sul divano-letto  in sala.

Mentre prepariamo il letto di fortuna, all'improvviso mi sento in imbarazzo. Senza i bambini intorno evapora anche l'ultima illusione di appartenenza reciproca. Lo studio, con fare indifferente, mentre insieme giriamo attorno al divano con lenzuola e coperte. E' un po' stempiato e ha i capelli che ingrigiscono. Mi fa tenerezza.

A letto, misuro la distanza che ci separa. Pochi centimetri, ma invalicabili come una barriera. Il tempo trascorre lento, la stanza non mi è familiare, ma lui sì. Aspetto un sospiro, una carezza che so non arriverà mai. Giaccio, stanchissima, ma sveglia, chiedendomi se non dovrei io fare un gesto.

"Ci sarà ancora qualcosa tra noi?" penso. Ma sono una donna positiva, sempre ottimista, con la testa piena di sogni e il cuore pieno di speranze. Per questo mi giro verso di lui e lo abbraccio. Non so se è stupito, contento o solo troppo gentile per rifiutarmi, però mi stringe anche lui.

Così lo accarezzo, e lui mi accarezza. Lo bacio e intanto lo spoglio. Meglio non muoversi troppo però, il divano ha un materassino sottile e una rete percorsa da coste di duro metallo. Certo anche lui ne percepisce tutta la fragilità. Si muove con cautela.

Preciso, però. Evidentemente, nonostante le altre frequentazioni, ricorda bene quali sono i miei punti deboli. Prima mi massaggia la schiena, tra il collo e le scapole. Le sue mani scorrono, calde e asciutte sulla mia pelle nuda, sotto il pigiama. Poi scende leggero a cingermi la vita. Infine mi accarezza i glutei e poi risale per cercare il mio seno.

Io mi perdo, mi immergo e mi abbandono. Con lui il sesso è sempre stato molto piacevole. Però è solo sesso. Di colpo me ne ricordo. Con lui è solo sesso.

Capisco che sto sbagliando qualcosa. Fare l'amore non aggiusterà le cose tra noi. Ma sinceramente adesso non posso più fermarmi. E soprattutto non voglio.

Finisce che coloro di rosa, di azzurro e di verde questo piacere lento, leggero e sottile che mi sta regalando l' uomo che una volta ho amato. Questo conclude una brutta giornata. E non è davvero un brutto modo di finirla.
attiminvolo alle 18:08 in: caduta libera
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domenica, 23 marzo 2008

Capo 14

E succede un miracolo. Tra noi sparisce di colpo ogni distanza, l' estraneità, il rancore. Siamo ancora tutti insieme. Sopravvisuti, mi sembra. E io mi ritrovo di nuovo a far parte di una famiglia. Senza nessun merito, senza aver fatto nessuno sforzo sento di nuovo vicino Claudio. Mi consola, mi stringe, mi abbraccia. Io piango senza ritegno. Lui fa domande, vuole sapere quanti erano,  a che ora è successo, cosa abbiamo sentito dal sottoscala.

Io e i bambini rispondiamo in tre, parlando insieme, suggerendo l'uno all'altra, correggendoci a vicenda. E' una baraonda. Ma Claudio prende in mano la situazione. Ci fa sedere sul divano e intanto chiama i Carabinieri. 

Quando arrivano, dopo dieci minuti, entrano, salutano e cominciano a fare domande anche loro. L'aggressione sembra lontanissima, mentre la racconto dal mio divano, nella ricomposta unità familiare. Descrivo lo straniero che ha suonato alla porta "Segni particolari, bellissimo" penso, ma non lo dico questo. Non mi sembra il caso.

I carabinieri ispezionano la casa. In particolare si soffermano sulle strisce di sporco che percorrono tutto il corridoio, dalla porta della cantina a quella della porta di casa. "Hanno trascinato qualcosa di pesante" E' l'opinione del più giovane dei due. "Signora cosa tiene in cantina?" si informa l'altro. Li invito a verificare personalmente i locali.  Gli accendo la luce  e Claudio fa strada.

Resteranno lì sotto per molto tempo. Tra biciclette ferruginose, latte di vernice semivuote e vecchi elettrodomestici incredibilmente trovano  una  stanza segreta occultata dietro una finta parete.  Sembra sgombrata in gran fretta, sul muro grigiastro i segni  fumosi di apparecchiature elettriche usate a lungo.

Da quanto tempo ogni mattina entravano in casa mia questi stranieri? Per fare che? E' solo una coincidenza che abbiano sgomberato la mia cantina dei loro macchinari proprio il giorno in cui siamo rimasti tutti a casa? O è proprio per questo che l'hanno fatto?

La paura diventa una sensazione di nuovo fisica. Un allarme impellente, il bisogno di andarmene di via di lì.

Con i bambini dietro e a grandi passi decisi, raggiungo la camera da letto , tiro giù dall'armadio una grande valigia e comincio a riempirla. Mutande, calzini, vestiti per me e per i bambini. Voglio andarmene di lì. Subito.

"Vieni da me" fa Claudio. "E' piccolino, ma ci possiamo arrangiare. Poi domani, magari, possiamo portare i bambini da tua madre per qualche giorno. Almeno fino a che non si chiarisce che cosa è successo davvero..." Accetto senza fiatare.

Lasciamo le chiavi di casa ai Carabinieri, che aspettano il rinforzo di altri colleghi per continuare il sopralluogo. Claudio comunica l'indirizzo presso cui saremo reperibili. Saliamo in macchina.

Mentre me ne vado dalla mia casa, la osservo per l'ultima volta. E' una costruzione squadrata che si staglia nel cielo invernale. Non è più sicura, questo è terribile e mi sento spezzata. Poi volgo lo sguardo dove una volta c'era il mare. Ora c'è un'enorme distesa di sabbia. Inquietante. Questo posto non lo riconosco più. Via, via.

attiminvolo alle 20:21 in: caduta libera
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mercoledì, 19 marzo 2008

Capo 13

Contornato di luce ci appare Claudio, che entrato in casa con le sue chiavi, ci ha sentiti parlottare nel sottoscala e finalmente ci ha liberati.

Intuisco subito che è arrabbiato con me. So cos'è successo.
E' successo che prima è andato a scuola, ha aspettato l'uscita di Paolo, e Paolo non è uscito. Probabilmente Claudio ha creduto di non averlo visto - con tutta quella gente che sempre si accalca dietro il cancello -  e lo ha cercato ancora tra le persone che sfollavano lentamente, poi quando intorno a lui non c'era più nessuno si è avvicinato alla bidella che chiudeva il grande cancello bianco e le ha chiesto se sapeva dove fosse Paolo. Così ha saputo che Paolo a scuola non c'era proprio andato.

Allora Claudio è andato a prendere Marco.  Ma anche Marco non era andato a scuola. Così Claudio si è risentito. "Svampita, bisbetica, stupida donna, decidi tutto tu! Tieni i figli a casa e non alzi nemmeno la cornetta del telefono per avvisare;  tanto che ti importa se io sto qui a preoccuparmi e ad aspettare? "

Lo intuisco subito, me lo racconta il suo tono di voce che sale stridulo in quel "Si può sapere cosa sta succedendo qui?". Ma contemporaneamente sul suo viso leggo una sorpresa tale che smorza ogni rabbia e lascia spazio allo stupore genuino. Così finisce che vorrei gridare e invece piango.

Piango sul mistero insensato che mi ha imprigionata nel sottoscala. Piango perchè il corridoio è pieno di misteriose strisce di sporco,  in cucina il the è diventato freddo, il latte è di sego, la mia vita è un disastro e l'unica spalla su cui posso piangere non mi appartiene più. E' la spalla di un ex....

E poichè piango io, piangono anche i bambini. E poi mentre piangiamo ci parliamo sopra e gli raccontiamo tutto. Non so cosa capisce. Ma ascolta e finalmente sto meglio.
CRONOTACHIGRAFO alle 21:05 in: caduta libera
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lunedì, 03 marzo 2008

Capo 12

Adesso siamo più silenziosi e tranquilli. Ci ha pensato il tempo che passa a mitigare ansie e nervosismi. Marco, alla mia destra, si siede ed  allunga le gambe occupando buona parte dello spazio disponibile per il lungo,  allora mi accovaccio anch'io, la schiena contro la parete, le gambe incrociate come Toro Seduto. Paolo  scivola verso il basso anche lui e si appoggia  con la testa sulla mia spalla sinistra.

Mi pare di vedere nel buio, ormai divenuto consueto, la forma svettante dei piedoni di Marco stagliarsi contro la porta di legno del sottoscala. Forse li vedo, forse li intuisco. So per certo che ha un bel piede però: scarpa numero 43.

- Vedi Marco, che nel pomeriggio, se siamo fuori di qui, dobbiamo andare a comprare le scarpe da tennis ... -
Mi viene in mente di dirgli. - Sei la solita - mi risponde, risentito. - Come quando papà se ne è andato di casa e tu ti sei messa a preparare biscotti!  Tutta una sera a preparare biscotti... neanche tanto buoni, poi -

Io, che veramente ci ho passato  anche una buona parte della notte a fare biscotti, rimango di sasso. Evidentemente l'ha interpretato come un segno di malessere.  Non pensavo che mi osservasse così da vicino. Non pensavo che fosse così persicace
.

- A me sono piaciuti i biscotti - Osserva Paolo. - Siamo andati avanti un mese a mangiarli! - Ribadisce Marco. - Io non ne potevo più -  -Hiii, che calamari che siete! per qualche biscotto ! -  Fintamente mi indigno.  - Qualche biscotto?!?  Marco trasecola. - Centinaia e centinaia di biscotti durissimi, vorrai dire!-


Ma io non rispondo, finalmente  perdo il filo del discorso perché finalmente si apre la porta, finalmente la luce ci acceca e poi  finalmente  qualcuno ci chiede - Si può sapere cosa sta succedendo qui? -
CRONOTACHIGRAFO alle 15:39 in: caduta libera
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