La quercia
Amava anche la pioggia che la picchiettava ovunque, lavandole le foglie e lasciandola nuova, mentre un vento, gentile, la asciugava. Amava il sole caldo che la stordiva e il profilo sempre uguale delle colline che si abbracciavano strette, appoggiandosi le une alle altre ma mutavano veste a seconda della stagioni. E si stupiva ogni volta nel vedere quanti fossero i colori del cielo, quando il sole andava a sparire in un punto lontano all’orizzonte oppure quando un sole nuovo di zecca spuntava da un’altra parte e aggiungeva un nuovo tono dorato, che ogni volta le sembrava come un regalo che la vita facesse alla vita.
A volte tra le radici che la saldavano al terreno nasceva qualche fungo.Era raro, perché si sa che molti funghi apprezzano soprattutto betulle o frassini o salici di cui amano la cedevole natura e le fragili sembianze. Erano eterni indecisi, apparivano quando anche le nebbie facevano capolino e le foglie se andavano dolenti al suono del vento, per sparire all’improvviso senza preavviso e senza rumore alcuno. Riapparivano a volte, sostavano il tempo breve di un sospiro e di nuovo sparivano. Però la quercia non si doleva per questo. Erano così piccoli e lontani dal suo cuore.
Il cuore di una quercia non è di facile individuazione, per certo sapeva di possederne uno, le doleva talvolta, ma dove precisamente, non avrebbe saputo dirlo. Certo le pareva che fosse molto vicino alla testa, aereo quasi, perché aveva una vera passione per i falchi. I falchi scrivevano il cielo con voli arditi, lasciavano un segno, osavano vivere secondo natura. “Coraggio” era il loro primo comandamento, “orgoglio” era il secondo, “fierezza” era il terzo. La quercia tratteneva il respiro sotto quei voli con le grandi ali spalancate che le sembravano lente carezze.
Passavano le stagioni e ognuna aggiungeva qualcosa alla quercia, un’impressione, un dono, talvolta soltanto una ruga che sul legno si approfondiva lenta, mentre la quercia cresceva e cresceva e il suo fogliame si allargava e le sue radici pompavano nutrimento dal terreno e la vita scorreva in questa tranquilla solitudine.
Un giorno la quercia si svegliò e capì di essere diventata vecchia. Lo capì perché vide che il mondo era meno rosato e si sentì un’esperienza e una conoscenza che non temeva di nulla, .. quasi di nulla. Ora che non aveva più paura di vivere doveva affrontare la paura di morire. La Morte ghignava già da un po’, nascosta nelle ombre che si allungavano lente all’arrivar della sera. La quercia fingeva di non vederle, ma non era proprio una soluzione. Così decise che doveva affrontare il problema come il falco che ammirava tanto, con coraggio.
Per prendere un appuntamento con la Morte chiese l’aiuto del gufo, che la Morte la frequentava spesso, per le sue abitudini di mangiare topi, e ne aveva dimestichezza. Alle 23.59 di un venerdì 13 gennaio, la Morte arrivò sulla collina. Arrivò in pompa magna, preceduta dai lampi di un temporale tremendo e da tuoni sontuosi. Arrivò scivolando sull’erba che si piegava, senza muovere un passo, o un muscolo o un sopracciglio. Poi si pose davanti alla quercia e la interpellò:”Così hai voluto vedermi. Dimmi cosa posso fare per te?”
La quercia era paralizzata dalla paura, le si era agghiacciata tutta la linfa, e i rami cedevano sotto il loro stesso peso e il tronco crepitava secco, ma disse “Io ti ho chiamata perché tu faccia qualcosa per me. Non mi ghermirai mentre dormo, o con l’inganno, o con subdola astuzia. Faremo un patto, io e te. Verrai su questa collina tra dieci anni esatti e io ti aspetterò. Non fuggirò, non piangerò, non combatterò con te. Ma non voglio vederti prima di allora!”
La Morte ci pensò su e come c’era da aspettarsi obiettò “E io cosa ci guadagno?”Ma la quercia sorrise e rispose “ Quanti di quelli che rubi alla vita vengono volentieri con te? Io ne sarò contenta. Sarà come avere un appuntamento. Aspettarmi mi renderà più desiderabile e anch’io penserò a te con tenerezza”
(già postata su cronotachigrafo)
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