lunedì, 01 maggio 2006

La quercia

 Era una meravigliosa quercia, aveva una fantastica chioma di foglie, rami lunghi e affusolati, colori caldi e dorati. Si ergeva sulla grande collina e dominava solitaria un vasto appezzamento di terreno. A volte sentiva la mancanza di qualche suo simile, li sapeva tutti vicini in un bosco più a valle, ma il più delle volte era felice per quello che aveva, fosse uno sberleffo di sole o la visita di una tortora, o qualche nuova nascita nella colonia di passeri.

Amava anche la pioggia che la picchiettava ovunque, lavandole le foglie e lasciandola nuova, mentre un vento, gentile, la asciugava. Amava il sole caldo che la stordiva e il profilo sempre uguale delle colline che si abbracciavano strette, appoggiandosi le une alle altre ma mutavano veste a seconda della stagioni. E si stupiva ogni volta nel vedere quanti fossero i colori del cielo, quando il sole andava a sparire in un punto lontano all’orizzonte oppure quando un sole nuovo di zecca spuntava da un’altra parte  e aggiungeva un nuovo tono dorato, che ogni volta le sembrava come un regalo che la vita facesse alla vita.

A volte tra le radici che la saldavano al terreno nasceva qualche fungo.Era raro, perché si sa che    molti funghi apprezzano  soprattutto betulle o frassini o salici di cui amano la cedevole natura e le fragili sembianze. Erano eterni indecisi, apparivano quando anche le nebbie facevano capolino e le foglie se andavano dolenti al suono del vento, per sparire all’improvviso senza preavviso e senza rumore alcuno. Riapparivano a volte, sostavano il tempo breve di un sospiro e di nuovo sparivano. Però la quercia non si doleva per questo. Erano così piccoli e lontani dal suo cuore.

Il cuore di una quercia non è di facile individuazione, per certo sapeva di possederne uno, le doleva talvolta, ma dove precisamente, non avrebbe saputo dirlo. Certo le pareva che fosse molto vicino alla testa, aereo quasi, perché aveva una vera passione per i falchi. I falchi scrivevano il cielo con voli arditi, lasciavano un segno, osavano vivere secondo natura. “Coraggio” era il loro primo comandamento, “orgoglio” era il secondo, “fierezza” era il terzo.  La quercia tratteneva il respiro sotto quei voli con le grandi ali spalancate che le sembravano lente carezze.

Passavano le stagioni e ognuna aggiungeva qualcosa alla quercia,  un’impressione, un dono, talvolta soltanto una ruga che sul legno si approfondiva lenta, mentre la quercia cresceva e cresceva e il suo fogliame si allargava e le sue radici pompavano nutrimento dal terreno e la vita scorreva in questa tranquilla solitudine.

Un giorno la  quercia si svegliò e capì di essere diventata vecchia. Lo capì perché vide che il mondo era meno rosato e si sentì un’esperienza e una conoscenza che non temeva di nulla, .. quasi di nulla. Ora che non aveva più paura di vivere doveva affrontare la paura di morire. La Morte ghignava già da un po’, nascosta nelle ombre che si allungavano lente all’arrivar della sera. La quercia fingeva di non vederle, ma non era proprio una soluzione. Così decise che doveva affrontare il problema come il falco che ammirava tanto, con coraggio.

Per prendere un appuntamento con la Morte chiese l’aiuto del gufo, che la Morte la frequentava spesso, per le sue abitudini di mangiare topi, e ne aveva dimestichezza. Alle 23.59 di un venerdì 13 gennaio, la Morte arrivò sulla collina. Arrivò in pompa magna, preceduta dai lampi di un  temporale tremendo e da tuoni sontuosi. Arrivò scivolando sull’erba che si piegava, senza muovere un passo, o un muscolo o un sopracciglio. Poi si pose davanti alla quercia e la interpellò:”Così hai voluto vedermi. Dimmi cosa posso fare per te?”

La quercia era paralizzata dalla paura,  le si era agghiacciata tutta la linfa, e i rami cedevano sotto il loro stesso peso e il tronco crepitava secco, ma disse “Io ti ho chiamata perché tu faccia qualcosa per me. Non mi ghermirai mentre dormo, o con l’inganno, o con subdola astuzia. Faremo un patto, io e te. Verrai su questa collina tra dieci anni esatti e io ti aspetterò. Non fuggirò, non piangerò, non combatterò con te. Ma non voglio vederti prima di allora!”

La Morte ci pensò su e  come c’era da aspettarsi obiettò “E io cosa ci guadagno?”Ma la quercia sorrise e rispose “ Quanti di quelli che rubi alla vita vengono volentieri con te? Io ne sarò contenta. Sarà come avere un appuntamento. Aspettarmi mi renderà più desiderabile e anch’io penserò a te con tenerezza”

La Morte è spietata, ma presa per il suo verso si lasciò convincere. E la quercia? La quercia è ancora lì e se è furba la metà di quello che sembra starà lì per ancora molto, ma molto tempo ancora... 
(già postata su cronotachigrafo)

 

attiminvolo alle 08:46 in: racconti, discesa agli inferi
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mercoledì, 15 marzo 2006

Cara Sara
                     ti prego di non insistere. Paolo è mio, mio capisci? Io l'ho visto per prima, io l'ho conosciuto per prima . Tra noi c'e stata subito un'intesa bellissima. Prima che arrivassi tu, noi eravamo sempre insieme, andavamo spesso al Cinema  e ci siamo visti tutte le opere di quei registi russi che a lui piacciono tanto. Quando è con te, invece ti accompagna a fare acquisti.  Ma ti rendi conto?!? Come lo costringi?

Con me lui è libero di essere se stesso, può anche dirmi che non ha voglia di uscire, per esempio. A te scommetto non lo dice mai. Vedi! Tu hai un pessimo effetto su di lui. Quando ci sei tu persino lo sguardo gli si appanna, quasi gli si instupidisce (se mai fosse possibile che una mente geniale come la sua possa instupidirsi...)

E cosa avrai mai che possa interessargli? Parli malissimo l'inglese, non ti intendi di arte nè di letteratura. Scusa se te lo dico, ma sei una donna senza alcuna qualità ! Non capisco nemmeno come Paolo sopporti quel tuo cinguettare continuo, secondo me ciò dimostra solo la grande tolleranza di quell'uomo adorabile.

Insomma vattene, sparisci. Prendi le tue scarpe altissime, le tue calze con la riga, le tue minigonne e le tue scollature e vai altrove. Lui ha bisogno di parlare con me, capisci ? Lui mi racconta i suoi sogni.

Domenica è venuto a trovarmi, e tu non c'eri. Così ha appoggiato il viso sulle mie gambe e si è messo a piangere. Mi ha bagnato tutta la gonna di lacrime. Diceva che mi ama, diceva che ama anche te, ma non sa scegliere. Poi ha detto una cosa strana. Ci vuole tutte e due. Come se fosse possibile. Non ha ancora capito che questo corpo ce lo contendiamo entrambe?  

Se vinci tu non ci sono io e  stiamo lottando tra di noi.  E' un duello all'ultimo sangue e non ci sono regole.  Io ti ucciderò Sara e Paolo sarà mio, soltanto mio per sempre...
Con odio tua Anna

attiminvolo alle 21:41 in: racconti, discesa agli inferi
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martedì, 07 febbraio 2006

Anna va in paradiso

Quando scese dalla metropolitana celeste Anna per un attimo non vide proprio nulla, il chiarore era accecante. Inoltre si era attardata un po' troppo, avviandosi senza  molta convinzione, e così era rimasta proprio per ultima.  Non aveva poi questa gran fretta di andare davanti al tribunale divino. Sapeva di avere qualche peccatuccio, niente di che, ma comunque...E così si ritrovò da sola in tutto quel bianco, il treno vuoto si allontava nel nulla, tornando da dove era venuto, la fila delle anime rimpiccioliva lenta verso la direzione opposta, e lei.... Lei virò a sinistra e si incamminò leggera verso il nulla. Man mano che camminava sentiva una gran gioia, l'aria profumava di buono e non avvertiva nessun peso e nessuna stanchezza. "Ecco " pensò "questo è il bello del Paradiso: questa leggerezza felice..."

Camminare era un tal piacere che camminò per sedici giorni terrestri e avrebbe camminato ancora, se in  quel luogo che pareva infinito non avesse incrociato una bambina. Sedeva  nel bianco totale e piangeva disperatamente. "Ma dai, che fai, piangi? Non farai sul serio! Non senti quanta gioia e pace c'è in questo posto?" "Piango" rispose la bimba "perchè devo andare via di qui. " " E perché mai?" "Perché c'è un'anima in più, e quando c'è un'anima in più se ne va la più giovane!" Anna inorridì : la sua superficialità stava per costare la felicità di quella dolcissima creatura. Non ci pensò un'attimo e si mise a gridare "Io sono l'anima in più. Io devo andarmene" Il buon Pietro la sentì subito perchè lì non gridava mai nessuno e la sua voce potente tuonò  "Ah ecco, adesso  sì che il conto torna. Via, subito al Purgatorio quell'anima persa."

Con un lampo azzurrino Anna sparì e ricomparve subito in un ambiente diverso. L'aria era nebbiosa, il colore dominante era un grigio pallido e il terreno era sassoso e arido. Anna senti di nuovo e di colpo parte del peso del corpo, così si sedette su un grande masso e pensò di riposarsi un po'. Mentre se ne stava lì tranquilla passò un ometto che spingeva un biroccino. "Ali, ali di prima scelta" Anna un po' incuriosita si alzò e vide ammucchiate disordinatamente sul carretto molte paia di bellissime ali "Ohi buon uomo  quanto costano le vostre ali?" " E voi anima bella cosa avete da darmi?" Anna non aveva nulla con sè e così disse "Vi pagherò in natura" "Affare fatto" Rispose l'uomo, lasciò il carretto e le comunicò "Io sono libero e prendo il mio paio d'ali, voi potrete avere il vostro quando incontrerete qualcuno disposto a pagare con il suo corpo, prendendo il vostro posto" "Anna rimase allibita, non era esattamente quello che aveva pensato! Ma cosa fatta capo ha e così iniziò a spingere il biroccino, pesantissimo e colmo di quelle meravigliose ali che lei desiderava tantissimo.

Un giorno incontrò un bellissimo giovane che piangeva appoggiato contro una parete ripida e rocciosa. Anna si deterse la fronte con l'avambraccio, divenuto snello e muscoloso, gli si avvicinò e gli chiese: "Che cosa fa soffrire così tanto un bel giovane come voi?"  Lui non sollevò nemmeno il volto " La morte mi ha separato dalla mia anima gemella ed ora io non posso fare a meno di soffrire per ogni secondo di questa eternità che ci separa! Se solo potessi raggiungerla e parlarle per l'ultima volta..." Anna non ci pensò due volte e gli disse "Prendete un paio di queste ali e volate dal vostro perduto amore". Il giovane scoloriva, rimpicciolendo piano  nel grigio piatto di quel cielo, quando si sentì la voce tonante di Pietro. Era un tantino alterata: "Chi è quello scriteriato che ha sperperato così un vero paio d'ali d'angelo? Subito all'inferno" Anna vide con orrore che le si apriva una voragine sotto ai piedi e ci scivolò dentro senza potersi opporre. Scivolò per un tempo infinito dentro un budello che diveniva più caldo man mano che continuava. Quando alla fine finì si ritrovò ansante, completamente nuda e  sudata a ridosso di un muro sbrecciato di quella che sembrava una periferia urbana. Allungò una mano a rubare dei panni stesi provvidenzialmente ad asciugare sotto a una finestra e si incamminò  sull'asfalto scuro verso una seconda opportunità di vita. Un'inferno, appunto. 

attiminvolo alle 22:10 in: racconti, discesa agli inferi
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