venerdì, 16 novembre 2007

La fatica di ogni giorno.

Michele è uscito dal lavoro. Le storie si inseguono nella sua testa e si svolgono piene di parole mentre lui affronta il marciapide sconnesso che lo porta verso casa. Poi inciampa, e per un attimo il mondo intorno si congela. Gli taglia il respiro quel vuoto e annaspa per ritrovare un verso. Che poi altro non è che il senso di stare diritto. E quando lo ritrova respira di nuovo, di nuovo tornato  verticale e stabile.

Il filo è perduto, inutile cercarlo nei pensieri precedenti l'inciampo. Per questo rallenta un po' il passo, s'immerge di nuovo tutto nella sua mente e mentre cammina li crea gli scenari complessi che gli appaiono davanti. Fa un angolo, dietro un muro altissimo, e lo gira. Dietro l'angolo ha già costruito una strada. Si snoda ampia e sinuosa e finisce per perdersi tutta a ridosso di una imponente scalinata. Ed ecco che ad un tratto appare Anna, si definisce di colpo lungo il muro che costeggia la strada dall'altro lato.

"Ciao" le fa cenno Michele.  Senza volere comincia ad andarle incontro. "Comincio a recuperare lucidità" considera tra se.  Anna è ben contrastata, la profondità è quella giusta e anche il volume è adeguato. Ma è un po' troppo veloce e, dopo un cenno di risposta sta già sparendo nella direzione contraria alla sua. E poi appare un bambino. Attraversa la strada correndo e insegue un pallone uscito da un cortile laterale.

Rabbrividisce Michele per l'azzardo di quella corsa sconsiderata. Ma non ci sono  macchine, non ancora. Corre incontro al bambino, lo afferra, lo stringe. Lo sente sudato, sotto la maglietta con le maniche corte. Ben fatto. Perfino i capelli sono impastati di polvere e luccicanti per il sudore. "Sei matto?" gli dice "E se passava una macchina?" Il bambino lo guarda, sorride sfrontato e lui capisce che lo sa, lo sa benissimo che non importa, che non è reale. Nulla lo è.  

Michele lascia il bambino che corre via e cerca di recuperare l'equilibrio. E' gravissimo perdere il controllo. Lo spavento gli immobilizza il cervello, gli spegne ogni fantasia, gli blocca la creatività... Piano piano i bordi del suo mondo fittizio scolorano e perdono spessore. Michele respira a fondo e cerca di ritrovare la concentrazione.

Appena in tempo. Inavvertito l'avanzare del nulla si blocca. I confini del suo mondo si sono ridotti ancora. Ma ora sono stabili di nuovo. Michele riparte. Ha un po' più fretta ora, comincia ad essere stanco e non vede l'ora di tornare a casa. Mentre cammina verso la scala che ha davanti  nemmeno si accorge dei dettagli: i muri sbrecciati, i difetti di colore. Ora è davvero stanco.

Sale la scala di corsa e subito costruisce la porta. La apre. Finalmente. L'interno lo accoglie con un nero caldo e profondo. Non c'è suono, nè odore, non c'è niente di bene, nè c'è niente di male, non c'è ansia, nè urgenza, non c'è tempo, nè spazio, non c'è inizio nè fine. Finalmente anche per oggi la giornata è finita...

attiminvolo alle 21:38 in: la fine del volo
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venerdì, 10 febbraio 2006

I giardinetti

E questa invece è una storia  senza capo nè coda, nata ai margini di un giardinetto di periferia, dove l'erba se la mangiano le corse dei bambini e il campo da calcio è un rettangolo scoperto e polveroso, le giostre hanno perso lo smalto e la ruggine affiora negli spigoli. Il giardinetto è teatro di molte rappresentazioni di diversa umanità.

Durante la mattina è soprattutto il regno dei nonni. Con il volto segnato e i capelli bianchi il nonno spinge passeggini che contengono sempre bimbi molto piccoli, non ancora in età di asilo. Il nonno assapora per una volta ancora, il gusto di essere necessario e riempie l'aria di risate e discorsi in dialetto. I nonni ridono perchè sono felici come bambini in vacanza, e perchè hanno beffato la morte ancora per un po'.

Le mamme arrivano nel pomeriggio, dopo il lavoro, con i loro figli più grandi e vivaci. Mentre loro si misurano, sedute a gruppetti sulle panchine sparute, circa le dinamiche dei bucati e l'opportunità di iscrivere i figli all'ennesimo corso, i figli si scapecollano, litigano, si spintonano, si velano di un sudore polveroso e acre e si scaricano come pile duracell.

Quando la sera volge verso lo scuro arrivano alla spicciolata i giovani, una compagnia di ragazzi che alza risate secche ed urla e gioca. Fanno prove della vita, si stringono tra di loro come a cercare il calore necessario per crescere. 

Ma è durante la notte che il giardinetto diventa teatro del gioco della vita e della morte. Nella solitudine buia e silenziosa c'è una vita selvaggia che si rivela. Stanotte ha l'aspetto di una gatta, che si aggira furtiva, tra le piante cespugliose, appoggiando con cura e circospezione ogni zampa sul terreno duro. Ha un'eleganza innata, che non perde nonostante sia evidentemente gravida. La gatta si muove con agilità , ha una pancia enorme che rasenta l'erba bassa e  occhi gialli che brillano nel buio, illuminato solo da una luna lontana, e orecchie che vibrano di suoni bassi e impercettibili.

E poi c'è Ettore che trema e aspetta l'amico, quello che gli porta la roba. E' giovane,  magro e agitato.

La gatta attraversa tutto il giardinetto e poi si infila dentro un'apertura che si apre sulla parete di un casotto dove gli uomini ripongono attrezzi da lavoro. Geme, cerca una posizione comoda e poi scodella un gattino che si affretta a pulire con cura. Partorisce, uno dopo l'altro, cinque cuccioli, umidi e insacchettati dentro membrane lucide e trasparenti, in perfetta quiete e solitudine. Solo il salice piangente assiste la gatta e la tiene d'occhio attraverso lo stretto pertugio. La luna offre un raggio di luce gelata. E poi non si sente più nulla, solo il ronfare stanco che piano si spegne.

Ettore si appoggia al casotto, finalmente si è fatto. Lascia andare la testa e aspetta la fine del mondo.

attiminvolo alle 22:46 in: racconti, la fine del volo
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