martedì, 21 febbraio 2006

L'uomo nero

Ero appena una bambina quando incontrai l’uomo nero. Avevo un corpo che cresceva senza che sapessi cosa farmene, lunghe gambe con qualche crosta sui ginocchi, dove ancora restavo bambina. Avevo un odore di polvere, sudore  e latte. Mi specchiavo esitante nello specchio dorato sopra la consolle prima di uscire e vedevo tra quelle fattezze consuete i segni di un cambiamento che non riconoscevo ancora. Ma non mi potevo fermare, avevo il vento tra le dita, e già ero fuori di casa.

Giocavo nell’ombroso cortile di casa e sbattevo la palla contro l’alto muro verticale, povero di finestre, che era il lato esterno del muro del bagno. In quell’angolo addossato all'abitudine suppongo che mi credessi al sicuro. Ricordo che l’aria aveva un sentore di primavera inoltrata. Mi pare che nei campi cominciassero a fiorire i trifogli, con quei fiori violetti che offrivano un cuore dolce da succhiare, proprio dove il petalo si innestava nel verde che diveniva fusto. Il mondo era meraviglioso, una fiaba incantata e io mi lasciavo tentare senza temere di nulla, con un trasporto e un’abbandono che era passione di vivere, fretta di crescere, curiosità e innocenza.

L’uomo mi guardava da un po’, oltre il cancello, quando mi accorsi di lui. Aveva l’aspetto maturo di un adulto e richiamò la mia attenzione con autorevolezza. “Vieni qui, bella.” “Io?” “ Sì, tu” Quando gli fui vicina osservai con curiosità l’abito trasandato, lo sguardo gentile, la bocca sorridente. Aveva un sacchetto di plastica e un bastone. “Vieni” mi disse “che ti devo parlare.” Io lo guardai e gli chiesi “cosa mi devi dire?” “E’ un segreto, una cosa importante, non possiamo parlarne qui”

E così mi estrasse dal mio cortile con quell’unico semplice  richiamo alla mia curiosità, come il movimento di un ago che afferra la polpa di un garagolo e la estrae scivolosa dalle anse ricurve della conchiglia in cui si nasconde. Così mi estrasse dal sicuro cortile. E poi, per sedurmi ed indurlo a seguirlo mi trasse poco distante e cominciò a parlarmi con tono dolce e carezzevole, tenendomi per un braccio. Poco distante c’era la gradinata di un bar chiuso, la strada era deserta. Lui si sedette su quei gradini,adeguandosi improvvisamente alla mia altezza, continuando a parlarmi con tono gentile e nello stesso tempo facendomi sentire importante come un’adulta.

Non ricordo esattamente cosa mi disse, ma mi lusingò,  e ad un certo punto iniziò ad accarezzarmi le gambe che spuntavano dalla gonna  svasata, gambe nude di bambina sopra ai calzini corti di cotone, dapprima con delicatezza leggera, poi con mano sempre più sicura. Il massaggio era piacevole e lui parlava, parlava....

Mia madre mise fine alla cosa. Si sporse dalla finestra e cominciò ad urlare come una pazza di tornare subito a casa, e mentre urlava restava lì, non osava muoversi per paura di quello che sarebbe successo se mi avesse persa di vista. Io non avevo capito niente, quell’estraneo era così gentile, perchè la mamma gridava tanto? Ma ero una bambina obbediente e corsi verso l’urgenza che esplodeva nella voce materna.

L’uomo sparì in un batter d’occhio. Come la neve quando il sole la scioglie, come la carta quando il fuoco la brucia, come il lupo cattivo quando arriva il cacciatore con il suo fucile. Come un sogno che solo per un caso non diventa un incubo....

attiminvolo alle 21:04 in: racconti, lancio con paracadute
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