venerdì, 26 maggio 2006

Una sera la  Grande Stanchezza, tornata dal lavoro, aprì la porta di casa e lì sulla soglia si scompose tremando. I resti di quella schifosa giornata giacevano a terra nel caos completo , nel disordine assoluto, nell'anarchia totale. Le braccia, piegate ad angolo retto cominciarono allora a darsi una mano. Dapprima afferrarono insieme la gamba sinistra, e piano e con calma cominciarono ad avvitarla su un'anca. In seguito misero insieme anche un piede, ricostruendo, quasi senza difetto, tutta la gamba destra. Un seno si era perso, forse per sempre. Ma il guaio vero fu uno soprattutto: la testa....

- No, lasciatemi in pace vi ho detto che non ne voglio sapere di ricominciare a dirigere tutto! -

Così blaterava a gran voce, assai più agitata di quanto fosse lecito. Le mani, si sa non hanno parole...ma gesti.  Ecco , per la migliore comprensione di chi non conosca il linguaggio dei segni, una traduzione istantanea e parlata del dialogo che si svolse  tra i vari componenti di quella povera creatura - appunto la Sig.ra Grande Stanchezza - fratturata e frantumata sul pavimento dell'ingresso, presso la porta di casa spalancata, senza riparo e senza difesa, alla mercè di qualunque ladro o malintenzionato che passasse di lì  .

Mano destra :  "Non dire ca**ate, sbrigati e vieni qui! "

Testa :  "Ti piacerebbe mettermi le mani addosso, eh, eh prova a prendermi se ci riesci...."

Mano Sinistra : " Dai, non fare così, hai ragione di protestare, ma tutti noi siamo stanchi...coraggio vieni qui "

Testa: " No - oh, no -oh  da adesso in avanti voglio fare il vaso di fiori, oppure voglio stare sul ripiano della libreria a tener su la fila dei libri con il naso! Voglio una ca**o di vacanza. Voglio un cavolo di pausa, un momento di relax. Non voglio più vedervi..."

Mano destra : " Sei la solita testa calda! Obbedisci e piegati al tuo destino!"

Testa : " Mi dispiace non ce la faccio proprio più. Ma avete idea di cosa significa CAPIRE? capire sempre tutto, non FARE SOLAMENTE, ma leggere in fondo agli sguardi della gente la VERITA' , vedere la realtà con tutti i suoi limiti, capire che non ci son risposte, soluzioni, trucchi. Vedere il mondo com'é e andare avanti lo stesso, tutti i santi giorni a combattere senza nessuna possibilità di vincere? Ma come deve fare una povera piccola testa calda...?"

La mano sinistra sospirò: " Pfuuuu",  il ginocchio destro si commosse,  il femore destro rise - non che ci fosse nulla di divertente - ma era notoriamente la parte più fuori di testa dell'intero organismo -

Parlarono a lungo, fecero il punto della situazione, piansero a turno. Poichè non se ne veniva a capo litigarono furiosamente. Purtroppo erano tutti legati e dipendevano gli uni dagli altri. Quando sorse l'alba arancione tacquero tutti e poi come una sola donna tornarono insieme.

La Grande Stanchezza si aggiustò il collo e si abbottonò lo spolverino, cannando completamente l'abbinamento asola-bottone.

- Ecco , mancava - Disse, ma non fece nulla per ripristinare la serie, invece prese la manopola della porta e se la tirò dietro. Cominciava una giornata nuova.

(già postato su cronotachigrafo)

CRONOTACHIGRAFO alle 16:19 in: racconti
commenti: commenti (popup) | commenti
lunedì, 01 maggio 2006

La quercia

 Era una meravigliosa quercia, aveva una fantastica chioma di foglie, rami lunghi e affusolati, colori caldi e dorati. Si ergeva sulla grande collina e dominava solitaria un vasto appezzamento di terreno. A volte sentiva la mancanza di qualche suo simile, li sapeva tutti vicini in un bosco più a valle, ma il più delle volte era felice per quello che aveva, fosse uno sberleffo di sole o la visita di una tortora, o qualche nuova nascita nella colonia di passeri.

Amava anche la pioggia che la picchiettava ovunque, lavandole le foglie e lasciandola nuova, mentre un vento, gentile, la asciugava. Amava il sole caldo che la stordiva e il profilo sempre uguale delle colline che si abbracciavano strette, appoggiandosi le une alle altre ma mutavano veste a seconda della stagioni. E si stupiva ogni volta nel vedere quanti fossero i colori del cielo, quando il sole andava a sparire in un punto lontano all’orizzonte oppure quando un sole nuovo di zecca spuntava da un’altra parte  e aggiungeva un nuovo tono dorato, che ogni volta le sembrava come un regalo che la vita facesse alla vita.

A volte tra le radici che la saldavano al terreno nasceva qualche fungo.Era raro, perché si sa che    molti funghi apprezzano  soprattutto betulle o frassini o salici di cui amano la cedevole natura e le fragili sembianze. Erano eterni indecisi, apparivano quando anche le nebbie facevano capolino e le foglie se andavano dolenti al suono del vento, per sparire all’improvviso senza preavviso e senza rumore alcuno. Riapparivano a volte, sostavano il tempo breve di un sospiro e di nuovo sparivano. Però la quercia non si doleva per questo. Erano così piccoli e lontani dal suo cuore.

Il cuore di una quercia non è di facile individuazione, per certo sapeva di possederne uno, le doleva talvolta, ma dove precisamente, non avrebbe saputo dirlo. Certo le pareva che fosse molto vicino alla testa, aereo quasi, perché aveva una vera passione per i falchi. I falchi scrivevano il cielo con voli arditi, lasciavano un segno, osavano vivere secondo natura. “Coraggio” era il loro primo comandamento, “orgoglio” era il secondo, “fierezza” era il terzo.  La quercia tratteneva il respiro sotto quei voli con le grandi ali spalancate che le sembravano lente carezze.

Passavano le stagioni e ognuna aggiungeva qualcosa alla quercia,  un’impressione, un dono, talvolta soltanto una ruga che sul legno si approfondiva lenta, mentre la quercia cresceva e cresceva e il suo fogliame si allargava e le sue radici pompavano nutrimento dal terreno e la vita scorreva in questa tranquilla solitudine.

Un giorno la  quercia si svegliò e capì di essere diventata vecchia. Lo capì perché vide che il mondo era meno rosato e si sentì un’esperienza e una conoscenza che non temeva di nulla, .. quasi di nulla. Ora che non aveva più paura di vivere doveva affrontare la paura di morire. La Morte ghignava già da un po’, nascosta nelle ombre che si allungavano lente all’arrivar della sera. La quercia fingeva di non vederle, ma non era proprio una soluzione. Così decise che doveva affrontare il problema come il falco che ammirava tanto, con coraggio.

Per prendere un appuntamento con la Morte chiese l’aiuto del gufo, che la Morte la frequentava spesso, per le sue abitudini di mangiare topi, e ne aveva dimestichezza. Alle 23.59 di un venerdì 13 gennaio, la Morte arrivò sulla collina. Arrivò in pompa magna, preceduta dai lampi di un  temporale tremendo e da tuoni sontuosi. Arrivò scivolando sull’erba che si piegava, senza muovere un passo, o un muscolo o un sopracciglio. Poi si pose davanti alla quercia e la interpellò:”Così hai voluto vedermi. Dimmi cosa posso fare per te?”

La quercia era paralizzata dalla paura,  le si era agghiacciata tutta la linfa, e i rami cedevano sotto il loro stesso peso e il tronco crepitava secco, ma disse “Io ti ho chiamata perché tu faccia qualcosa per me. Non mi ghermirai mentre dormo, o con l’inganno, o con subdola astuzia. Faremo un patto, io e te. Verrai su questa collina tra dieci anni esatti e io ti aspetterò. Non fuggirò, non piangerò, non combatterò con te. Ma non voglio vederti prima di allora!”

La Morte ci pensò su e  come c’era da aspettarsi obiettò “E io cosa ci guadagno?”Ma la quercia sorrise e rispose “ Quanti di quelli che rubi alla vita vengono volentieri con te? Io ne sarò contenta. Sarà come avere un appuntamento. Aspettarmi mi renderà più desiderabile e anch’io penserò a te con tenerezza”

La Morte è spietata, ma presa per il suo verso si lasciò convincere. E la quercia? La quercia è ancora lì e se è furba la metà di quello che sembra starà lì per ancora molto, ma molto tempo ancora... 
(già postata su cronotachigrafo)

 

attiminvolo alle 08:46 in: racconti, discesa agli inferi
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)
venerdì, 21 aprile 2006

La professoressa

Gli è che ho questa doppia vita. Una vita spaccata a metà  come le due parti di una pesca, in cui ogni semisfera, perfettamente divisa dalla depressione centrale, è ugualmente dolce , ugualmente bombata e credibile.

Insegnante di matematica, irreprensibile e asciutta di giorno, mi trasformo di notte in una donna alga, sensibile ad ogni più piccola emozione o sentimento. Allorquando, terminata una cena frugale, e riordinate tutte le stoviglie, mi lavo i denti e poi mi spoglio del vestito severo del giorno - un tailleur, per lo più -  ecco che mi svelo e mi avvolgo poi nella vestaglia rosa cipria, con il cordoncino dorato, infilo le pantofoline in tinta con il bordo di piume di struzzo, mi profumo con la mia essenza preferita, con note fiorite di giglio, miste a muschio bianco, e mi pettino i capelli, ancora belli. E' lì, nel mio bagno, che avviene. Di fronte allo specchio perdo ogni razionalità, lo sguardo si ammorbidisce, il corpo si fa languido e anche la luce mi trasforma, mi sfuma gentile  e mi illumina di dolcezza.

Di solito a questo punto vado in sala, metto un bel CD, con una musica nostalgica e mi accomodo nella poltrona gigante con un bel libro.... E su quei libri vivo milioni di vite non mie. Scopro tradimenti, assimilo verità, studio bellezze e infinite lezioni di vita. Ho una predilezione  per ogni forma di scrittura appassionata, come quella di Stendhal ma non disdegno certi scrittori latini che tratteggiano storie dai sentimenti barocchi, come Marquez,  o  scrittori visionari come Bulgakov, o limpidi come  Kundera  e comunque di tutto assaggio e molto gusto. Una sola volta non ho potuto finire un libro, e per questo l'ho odiato tanto che l'ho dovuto buttare.  "Le età di Lulù" si chiamava. C'era dentro un dolore e un odio che con il sesso aveva poco a che fare.Mi fece rabbia o forse non lo capii. Lo dovetti distruggere. 

Quando ero ancora una ragazza, poi, una volta che ero in difficoltà i libri mi salvarono addirittura la vita. Li vendetti tutti ad un Remender e ci feci abbastanza soldi da viverci quindici giorni. Fu un grosso sacrificio però , avevo centinaia e centinaia di libri. E qualcuno lo salvai comunque ( Pian della Tortilla, La Collina dei Conigli, La prima moglie Rebecca, Delitto e Castigo....) Comunque la mia doppia vita certo è un vizio, ne sono consapevole, e come tutti i vizi mi costringe a mentire. Innumerevoli volte in questi anni sono stata invitata da qualche amica, desiderosa di sistemarmi con un qualche suo conoscente, ad uscire la sera, per un  cinema, una pizza, un concerto. Io ho declinato sempre, e inventato molte scuse, anche a costo di sembrare scortese.  Non esco la sera. Come potrei? La notte mi vede esposta e languida, abitante di tutti i sentimenti negati al giorno.  Come fossi  il  Mr. Hide del Dott. Jakill appunto.....

(gia postato su cronotachigrafo)

attiminvolo alle 15:40 in: racconti, volo notturno
commenti: commenti (3)(popup) | commenti (3)
giovedì, 30 marzo 2006

Del vero motivo per cui serve la mamma

Sergio ha sette anni. Sergio corre a casa disperato. Inciampa, rotola e si rialza. Sergio si ripulisce e subito riprende a correre mentre le lacrime gli velano le guance rosse, entra dal cancelletto sul retro, lo lascia aperto e vola verso le scale. Spalanca la porta di casa facendola sbattere contro il muro del bagno. Sergio sale le scale piangendo e urlando " Mamma, mamma..."

La mamma lo sente arrivare come arriva un temporale d'estate: urgente e improvviso. La mamma si ferma un istante nel gesto di allargare il calzino che stava stendendo, poi poggia il calzino."Sono qui Sergio, che c'è?" "Il cuore, mamma, ha cominciato a battere forte mentre stavo giocando a pallone ed ora non smette, NON SMETTE PIU' MAMMA"

Sergio afferra la mano alla madre e se la porta al petto perchè senta quel cuore imbizzarito e ci faccia qualcosa lei, che può praticamente tutto.... La madre guarda la mano che copre quasi per intero il petto del figlio e ascolta quel suono di sangue, di vita, quel canto che sale dal petto. "Tranquillo" gli dice "E' normale che un cuore batta, è fatto per questo.." "Ma va forte mamma e non si calma..."

"Adesso vedrai che si calma" Dice la mamma e intanto continua a tenere la mano sul petto, stetoscopio amoroso, coperta, rimedio. D'un tratto il cuore cessa di correre tanto. "Ha smesso..." fa Sergio "  e se adesso non batte mai più?"  La mamma gli pizzica il naso "....non credo, saresti già morto"

Sergio sorride. "Adesso torno fuori mamma. Però a pallone non ci gioco più per oggi...." 

attiminvolo alle 17:25 in: racconti, volo libero
commenti: commenti (6)(popup) | commenti (6)
martedì, 28 marzo 2006

La strega

"Buonasera".... gridò. Era bassa, coperta di stracci, aveva dei piedoni larghi e delle scarpacce da uomo. "Buonasera".....ripetè, ma a voce più bassa, e con un'intonazione esitante.... Spingeva un carrello  del supermercato in cui aveva stipato ogni genere di sacchetti, che si intuivano pieni di cianfrusaglie.

La gente, immersa nell'atmosfera azzurrata del bar per un'attimo cessò di esistere, il brusio scemò e tutti si voltarono a guardare la vecchia barbona."Dove trovo un telefono? ho bisogno di telefonare...." la voce era roca, con un'urgenza isterica che metteva i brividi..... Ma già il proprietario del bar interveniva, togliendole spazio con il suo corpo e respingendola all'esterno con poche secche parole.
 Io, la seguivo con gli occhi, attraverso i vetri, stagliarsi contro il buio e caracollando attraversare la strada per entrare nell'agognata cabina telefonica - una delle poche rimaste in città - dall'altro lato della strada. Passarono pochi minuti..... la cabina sembrava emanare una strana luce verdognola, ma non si riusciva ad intravedere nulla. .....Lo so che non mi crederete, lo so, sembra impossibile anche a me che pure c'ero......
Dopo cinque minuti circa, si riaprì la porta della cabina telefonica e ne uscì la più strabiliante creatura che io abbia mai visto! Aveva capelli corvini  che le cadevano in  ricchi boccoli pesanti e le scendevano morbidi lungo le spalle e occhi che luccicavano al buio, come quelli di un gatto.Era snella, ma s'intuiva muscolosa e agile. Alzò le mani verso il cielo a disegnare un cerchio largo e  d’improvviso si accesero la luna e milioni di stelle. Allora richiuse le mani come se pregasse, e si inchinò leggera. Rovistò nel carrello del supermercato e diossaccome ne estrasse una scopa, di quelle di una volta, di saggina.

Poi credo vi sia salita e sia scomparsa tra le nuvole, nel buio della notte. Io ero stranito e attonito, stupefatto per aver alla fine scoperto, non solo che la magia esiste ancora in questo mondo di computer, fax e telefonini, ma come sia difficile che sopravviva.....quando anche trovare una cabina del telefono è un'impresa. 
attiminvolo alle 20:56 in: racconti, volo notturno
commenti: commenti (popup) | commenti
giovedì, 23 marzo 2006

Il presepe

A volte si fanno dei progetti fantasiosi. Costruzioni di pensieri azzardati sulla carta, che resistono miracolosamente  alla prova dei fatti. Fu così che quello che doveva essere solo un grosso impiccio, si trasformò in un fatto meraviglioso, che vide implicati tutti gli abitanti di un paese così piccolo e lontano, che non aveva neanche il rispetto di una cartina stradale che ne facesse il nome. 

A Zecca non c'era  farmacia, nè un tabaccaio vero e proprio. Non c'era un barbiere titolare, nè un medico fisso sul posto. Zecca era una piccola comunità di anime, per lo più anziani, perchè i giovani lavoravano lontano, con una vita scandita da appuntamenti abituali. Il mercoledì, due volte al mese arrivava il barbiere, ogni  venerdì toccava agli ambulanti che sciorinavano le mercanzie più disparate. Poi era il turno del medico condotto il giovedì che portava anche i medicinali necessari ,e presso l'unico negozio si poteva trovare di tutto.

La vita era piena di certezze a Zecca, di appuntamenti non rinviati,di piccoli lussi e comodità. Per esempio si poteva avere una bombola del gas, se ti finiva la tua sul più bello, a qualsiasi ora del giorno. Bastava andare a casa di Tonino e chiamarlo forte.  E il pesce arrivava bello fresco su certi furgoncini bianchi che ti chiamavano da dentro le tue faccende con la voce tonante di un megafono :"Pesce fresco, orate, scampi ,calamari". La vita era un mutuo soccorso e ci si conosceva tutti. Alla Messa della domenica ci si andava insieme a farsi sgridare da un prete che apriva la chiesa per l'occasione.  Ma era una religiosità che non scalfiva le regole dell'umana famiglia, si sovrapponeva senza danno alle scappatelle di Piero con la vedova Antonia, (che la moglie di lui era malaticcia e non vedeva danno a cedere ad Antonia un po' dell'esuberanza del marito), nè cozzava con l'attitudine di Erminio, titolare dell'unico negozio, di non pagare tassa alcuna, (e non si capiva come mai dovesse farlo, lui che allo Stato non gli aveva mai chiesto niente, nemmeno lo straccio di un diploma di licenza media).

Così la vita aveva le sue regole, e il Buon Dio altre. Bastava non confonderle. Quando Pina, la figlia grande di Rosina tornò a casa, e non era più sola,  avendo dentro di sè il seme di una nuova vita, Rosina  confidò ad Anna la confusione che le girava per la testa ed Anna, che quel peso non lo poteva sostenere, lo appoggiò in parte sul marito Carlo e piano piano il problema si allargò e divenne un problema di tutti. La Pina era straniata,  annientata da quel momento tremendo in cui aveva scoperto che quel figlio costruito in due , riguardava solo lei. E se ne stava assente immobile e tranquilla a veder la vita che cresceva come se non la preoccupasse affatto cosa sarebbe successo dopo.

Con il passare dei mesi tutto il paese la vegliò,mentre un gran pancione la occupava tutta e verso la fine fu chiaro che quel bimbo era figlio di tutta Zecca.Una sera gli zecchesi si riunirono tutti nella stalla  di Giovanni, ormai era novembre  e faceva veramente  troppo freddo per parlare all'aperto.  Piero e Antonia si offrirono di riconoscere  la creatura che stava arrivando come se fosse loro. Ma Erminio argomentò che sarebbe parso strano che una coppia di coniugi attempati potesse ancora generare. Antonia avrebbe avuto l'età, ma non aveva più lo stato civile adatto ( e il marito era mancato da troppo tempo....)

L'idea venne a Tonino, che aveva un padre morto di recente, di cui non aveva ancora denunciato la dipartita, non fosse altro che per quel po' di pensione che ancora produceva. "Si potrebbe," disse," far sposare papà alla Pina,che con il conforto di un cognome avrebbe qualcosa da offrire alla creatura." Non c'erano altre idee e l'assemblea si sciolse. Un mese dopo una gigantesca Pina, ondeggiante come una mongolfiera bianca convolava a giuste nozze con il padre defunto di Tonino, (che di Tonino aveva i lineamenti, i tratti somatici e il patrimonio genetico), Il prete straniero manco se ne accorse, nè capì nulla l'impiegato di stato civile, frettoloso e sufficiente con quella gente contadina.

La sera del 24 dicembre la Pina ebbe uno sturbo, come un mancamento e per non preoccupare la madre si nascose nella stalla di Giovanni, dove al cospetto dell'asino Tobia e della mucca Giosè diede alla luce un bel bimbo sano, figlio dello spirito di un morto e della carne di un vivo che non era lì. Quando Rosina, pazza per la paura di non trovarla più ebbe allertato tutto il paese, la cercarono ovunque. Alla fine, stremati gli zecchesi si diressero verso la stalla, per consigliarsi tra loro sul da farsi e lì trovarono la  Pina, finalmente di nuovo viva. Sembrava una madonnina con il suo personale Gesù. E loro tutti erano i Re Magi...

(Già postato su Cronotachigrafo)

 

attiminvolo alle 21:11 in: racconti, volo libero
commenti: commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, 19 marzo 2006

Il castello

C'era una volta, molti, moltissimi anni fa,..... un castello con alte torri, circondato da un fossato profondissimo, pieno di coccodrilli feroci e sempre affamati. Era sorto all'improvviso nella bassa padana. Una mattina i contadini si erano svegliati e lo avevano trovato lì, confuso nella nebbiolina mattutina, imperioso come chi comanda per diritto, e misterioso come un nero pipistrello. Attorno al castello, non si sentiva cantare nessun uccello, nè frinire alcuna cicala, nè squittire topo.

Dopo un primo comprensibile sconcerto, molti forti uomini, riuniti in un folto gruppo decisero di andare in avanscoperta, ma non appena furono sotto le mura, scure e scivolose per l'umidità, udirono dei lamenti così terribili, così profondi e cavernosi che molti di essi persero il nero dei capelli per lo spavento. E si narra che Baldo, ultimo rappresentante in vita di una famiglia di notabili del paese, cadde subitamente preda di un attacco di cuore, che lo portò in men che non si dica a ricongiungersi con il resto della famiglia sua.

Passarono gli anni, il castello divenne parte del paesaggio e mai più a nessuno venne in mente di avvicinarsi ad una distanza che fosse minore  di un tiro di schioppo. Passarono molti rigidi inverni, che ghiacciavano la linfa nei rami, passarono molte assolate estati, così calde che anche i sassi sembravano cotti dal sole, venne il vento primaverile e la pioggia autunnale. Nacquero in molti, e in molti morirono.....ma nessuno si avvicinò mai più a quel castello.

Una domenica pomeriggio, 5 ragazzi del villaggio tornavano a casa, dopo aver pescato e oziato lungo il torrente a sud dei campi, in fondo dove scorreva irruento e libero. Ciarlavano, i ragazzi, portavano lucidi pesci  argentati e si spingevano e si addossavano l'un l'altro camminando. E ridevano. il sole illuminava l'oro dei capelli, i denti erano candidi, e dalla pelle accaldata si levava ,come una promessa, l'aroma della gioventù, quando le forze sembrano infinite e la morte risibile.

 Il castello, accoccolato sul fradicio terreno, sentì quella gioia e ne provò invidia. E dalle sue mura, spesse e dense di mattoni fece uscire un suono melodioso, una malia per attirare verso di sè quella ricca messe di energia. Andarono i 5 ragazzi, come ad un appuntamento con il destino, con le loro braccia lunghe, e i loro piedoni grandi, con i ricci sudati e gli occhi lucidi attraversarono il traballamte ponte levatoio e il castello li inghiottì  

 Ma non sempre la verità è quella che sembra,.....appena dentro al castello i ragazzi furono circondati da molte persone festanti,..."Vi abbiamo liberato finalmente!" gridavano e gioivano e sorridevano. "Voi non ricordate più nulla....ma siete nati qui, nel castello felice di Acquasilva, e da  qui siete stati sottratti con la forza...." e intanto li accompagnavano festanti ai bastioni, da dove poterono finalmente vedere il paesaggio che avevano appena lasciato: un'arida terra, una sassaia pietrosa, piena di orridi mostri e di pericolose figure....

(Già postato su cronotachigrafo)

attiminvolo alle 16:15 in: racconti, volo cieco
commenti: commenti (popup) | commenti
mercoledì, 15 marzo 2006

Cara Sara
                     ti prego di non insistere. Paolo è mio, mio capisci? Io l'ho visto per prima, io l'ho conosciuto per prima . Tra noi c'e stata subito un'intesa bellissima. Prima che arrivassi tu, noi eravamo sempre insieme, andavamo spesso al Cinema  e ci siamo visti tutte le opere di quei registi russi che a lui piacciono tanto. Quando è con te, invece ti accompagna a fare acquisti.  Ma ti rendi conto?!? Come lo costringi?

Con me lui è libero di essere se stesso, può anche dirmi che non ha voglia di uscire, per esempio. A te scommetto non lo dice mai. Vedi! Tu hai un pessimo effetto su di lui. Quando ci sei tu persino lo sguardo gli si appanna, quasi gli si instupidisce (se mai fosse possibile che una mente geniale come la sua possa instupidirsi...)

E cosa avrai mai che possa interessargli? Parli malissimo l'inglese, non ti intendi di arte nè di letteratura. Scusa se te lo dico, ma sei una donna senza alcuna qualità ! Non capisco nemmeno come Paolo sopporti quel tuo cinguettare continuo, secondo me ciò dimostra solo la grande tolleranza di quell'uomo adorabile.

Insomma vattene, sparisci. Prendi le tue scarpe altissime, le tue calze con la riga, le tue minigonne e le tue scollature e vai altrove. Lui ha bisogno di parlare con me, capisci ? Lui mi racconta i suoi sogni.

Domenica è venuto a trovarmi, e tu non c'eri. Così ha appoggiato il viso sulle mie gambe e si è messo a piangere. Mi ha bagnato tutta la gonna di lacrime. Diceva che mi ama, diceva che ama anche te, ma non sa scegliere. Poi ha detto una cosa strana. Ci vuole tutte e due. Come se fosse possibile. Non ha ancora capito che questo corpo ce lo contendiamo entrambe?  

Se vinci tu non ci sono io e  stiamo lottando tra di noi.  E' un duello all'ultimo sangue e non ci sono regole.  Io ti ucciderò Sara e Paolo sarà mio, soltanto mio per sempre...
Con odio tua Anna

attiminvolo alle 21:41 in: racconti, discesa agli inferi
commenti: commenti (popup) | commenti
sabato, 11 marzo 2006

C'era una volta

Pinuccia era piccolissima quando aveva perso la mamma. Nemmeno se ne ricordava più di averne avuta una, se non per lo struggimento che le dava talvolta osservare il cielo, quasi che tra le stelle appiccicate lassù ci fosse il ricordo di occhi buoni che la proteggevano. E di protezione aveva effettivamente bisogno, che il padre era sempre al lavoro e lei cresceva rustica e selvatica come un’erba di campo, diceva zia Matilde.

 Ma la verità era che Pinuccia era sola. I capelli le crescevano già spettinati, così non si poteva farci nulla, le unghie se le mangiava tutte e l’abito le si accorciava addosso, come per magia. Zia Matilde veniva a trovarla quando poteva, ma aveva pure lei i suoi mocciosi, tre, tutti di età tra i 2 e gli 8 anni. Fortunatamente ad un certo punto quando il mondo stava per franarle addosso, per l’impossibilità di scoprirne le regole, Pinuccia scoprì di poter parlare con le cose.

Era come se gli oggetti che sua madre aveva maneggiato per tanto tempo ne avessero assorbito in parte l’essenza, o l’amore, che è lo stesso, essendo l’amore l’essenza di una madre e gliela trasmettessero in un linguaggio che capiva solo lei. Pinuccia se ne accorse una mattina che aveva messo un goccio di latte in una vecchio pentolino a scaldare sul fornello. "Corri, corri" La chiamò il pentolino "Il latte esce". Appena in tempo!

Pinuccia ringraziò il pentolino, non tanto stupita di quella voce che gli usciva chissà da dove, piuttosto grata, (come un assetato che beva un’acqua di cui ha così bisogno, da non chiederne affatto la provenienza...). Da quel giorno le cose tutte, si presero cura di lei. La sveglia la svegliava ogni mattina con i nomi più dolci che conosceva, (.. purtroppo conosceva quasi esclusivamente numeri), il pettine la chiamava per pettinarla , "vieni Pinuccia che ti insegno..." (... e piano piano domava la sua massa crespa di capelli, un giorno a destra, un giorno a sinistra), così il sapone, che con tutta la sua schiuma, non le entrò mai in un’occhio.... Pinuccia crebbe, il forno le insegnò a cucinare, il ferro a stirare, i libri a leggere, i numeri a far di conto.

Un giorno alla sua porta bussò uno sconosciuto. "Non aprire" disse la porta "chiedi prima chi è" "Chi è?" chiese Pinuccia "Sono un giovanotto che si è perso" rispose lo sconosciuto. Alla porta piacque, quindi si aprì. Subito la sedia si propose "Fallo sedere, Pinuccia" suggerì sottovoce..." La prego, si sieda" disse lei. "Con piacere" rispose lui. "Offrigli un caffè" buttò lì di nascosto la vecchia cuccuma. "Posso offrirle un caffè?" Chiese Pinuccia. "Volentieri" rispose lui. Poi ci furono i biscotti ...e bisognò andare a vedere il roseto, che era un trionfo di rose appassionate. I due passeggiarono, passeggiarono, passeggiarono e infine si innamorarono.

Pinuccia si sposò, cambiò casa, cambiò vita , ebbe dei figli suoi , aprì una rivendita di giornali .....e perse quella straordinaria capacità che le aveva salvato la vita. Ma non se ne dispiacque, perchè aveva capito che non si è mai veramente soli, purchè si sappia leggere nell’essenza delle cose di quelli che sono venuti prima di noi e lasciare un segno, piccolo, anonimo, scritto con le parole dell’amore e dell’abitudine per quelli che verranno dopo.

attiminvolo alle 16:59 in: racconti, volo libero
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)
giovedì, 09 marzo 2006

L'amicizia


Il posto era bellissimo, scabro ed irsuto insieme , un  susseguirsi di colline non completamente verdi. Anna a piedi, seguiva la strada che saliva lenta, con  lunghe volute  e curve sinuose. Il sentiero aveva preso ad inerpicarsi ad un certo punto e non c'era più stato fiato per altro, che per salire. Poi Anna aveva visto in lontananza il paesino, abbarbicato alla collina.

Le case l'una addossata sull'altra sembravano sortire direttamente dalla roccia. Pareva si reggessero per miracolo, puntando alte verso il cielo , mentre si spenzolavano lievi sopra i verdi diversi degli appezzamenti,  bordati di pietre e ricchi di sugheri e ulivi contorti. Le capre  in gruppetti sparuti danzavano in lontananza fra le rocce. La strada finiva direttamente nel centro del paese, curva e in salita anche lei.

Anna  stava andando a casa di un amico. Aveva poche cose con se, uno zaino con l'indispensabile, una cartina stradale in tasca e buone scarpe ai piedi. Chiese informazioni presso la farmacia, e fu indirizzata a salire ancora. Arrivò alla fine davanti a una chiesa, nel punto più alto. Lo slargo, completo di panchine si affacciava sulla valle. Visto dall'alto il panorama era splendido, oltre le colline che digradavano larghe, il mare e il cielo si fondevano senza soluzione di continuità e l'aria era leggera e frizzante, quasi fresca.

Mario era lì, seduto a guardare un punto lontano e indefinito. Aveva lo sguardo di chi navighi in fondo a se stesso, concentrato tra i suoi personali perchè. Anna non lo vedeva da almeno tre anni, ma  lo trovò così familiare e consueto che cominciò a saltare e corse ad abbracciarlo. Mario si fece travolgere, aveva occhi buoni che sorridevano, abiti larghi e il corpo un po' smagrito. L'abbracciò stretta stretta.

"Vieni, sarai stanca" Le disse lui guidandola verso una casina magra e alta.Ma Anna non aveva voglia di riposare e così lo aiutò ad apparecchiare la tavola e mentre mangiavano insieme gli raccontò di quello che succedeva tra le persone con cui lavorava e con cui tre anni prima aveva lavorato anche lui. La conversazione continuò a lungo facile e leggera. 

Anna si era subito lasciata andare con lui, che invece aveva  sempre mantenuto un educato riserbo tra loro. E questo era bastato a far sì che le cose fra loro non evolvessero mai, nemmeno quando Mario alla fine se ne era andato, trasferito altrove.La sua mancanza era stata un dolore sottile, sempre presente, ma più facile da sopportare proprio perchè intessuto di  leggerezza.

Ora Anna guardava il viso stanco di Mario e si chiedeva perchè lui le avesse chiesto, proprio ora, di raggiungerlo lì, dove viveva. Alla fine la domanda inespressa divenne imbarazzo, e fu allora che Mario parlò. "Anna" le disse a bruciapelo "sto morendo". Le si rattrappì il sorriso. Aveva scelto lei, tra tutti,  per regalarle il suo dolore.

Rimase con lui, naturalmente. Prese un periodo di aspettativa e si prese cura di lui fino all'ultimo. Sei mesi dopo Anna scendeva di nuovo la strada, verso il mare e il traghetto che l'avrebbe portata a casa. Camminava lesta, d'un tratto dovette fermarsi per lasciar passare un gruppo di mucche che   attraversavano lente la strada, inzaccherando l'asfalto .

Anna sorrise al contadino e all'improvviso avvertì uno strappo al pensiero di lasciare la vita semplice di quel posto che a Mario si addiceva tanto e mentre lo pensava e senza che ne avesse nemmeno la percezione  le lacrime presero a  scendere da sole, rigando silenziose le guance, come se il corpo piangesse senza di lei. Fu allora che accadde, mentre proseguiva nel tragitto Anna cominciò a lasciare  parti di sè, su quelle colline, immemore e silenziosa camminava seminando i suoi lunghi capelli,  cuore, fegato e reni. Poi fu la volta delle braccia, del  volto e dei seni. Non arrivò mai al traghetto, si sciolse tutta e si sparse semplicemente nelle cose divendo l'ossatura appuntita dei vigneti che lui aveva amato , e  fianchi infiniti  di costa brulla ,e curve e declivi dell'isola tutta.

(già postato su Cronotachigrafo)

 

attiminvolo alle 17:32 in: racconti, volo libero
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)