martedì, 28 febbraio 2006

Quasi Quasi

Era uno scivolare dell’animo, come se dentro avesse insondabili profondità di perdizione. Talvolta passando davanti allo specchio dell’armadio nella camera dei suoi genitori, si fermava stupito. Chi era quell’estraneo che lo guardava? Era inquietante, davvero. Non si riconosceva affatto. Come era possibile trovare riscontri se la sua personalità interiore  non corrispondeva al suo aspetto esteriore? Così chiamava se stesso “Quasi Quasi”.  “Andiamo, Quasi Quasi è ora di alzarsi” oppure “Dai, Quasi Quasi sbrighiamoci che è tardi”.

Perché Quasi Quasi ? Perché era quasi un ragazzo, quasi intero e quasi spezzato. Quasi Quasi viveva una vita sui binari dell’abitudine, che procedeva per inerzia e gli consentiva talvolta di non esserci davvero, senza provocare guai. In quei momenti tutto gli appariva estraneo e senza senso, ma sapeva che avesse mantenuto la calma nessuno se ne sarebbe accorto.E infatti. La vita sgranava come il proseguire delle perle di un rosario chiuso e rotondo.

Quasi Quasi correva lungo l’argine del fiume in un giorno di primavera. Tornava a casa dopo le lezioni nell’Istituto Professionale dove studiava. Il tepore nell’aria metteva allegria, come una promessa di felicità facile e dovuta. Tutto intorno risuonavano i trilli dei passeri e l’energia fluiva libera dai muscoli delle gambe.

Mentre ogni cosa cantava Quasi Quasi percepì, nell’angolo più remoto della mente, un suono dissonante, cacofonico, deflettente. Dapprima lo registrò soltanto, ma poi dovette decodificarlo. Era una richiesta di aiuto. Disperata. Quasi Quasi dovette tornare sui propri passi per scoprire che appeso penzoloni, a metà altezza, sulla ripida riva del fiume c’era un ragazzino sconvolto, con il viso rigato di lacrime e terra.

 “Aspetta, non ti muovere, ti aiuto io” gli gridò Quasi Quasi. Il piccolo era allo stremo delle forze, probabilmente aveva bigiato la scuola e chissà da quanto tempo si trovava in quella scomoda posizione. Quasi Quasi si slaccio la cintura dai pantaloni, la allungò al massimo, formando un cappio e poi si stese aderente al terreno e la sporse verso il bambino “Riesci a prenderla?” chiese. Il ragazzino l’afferrò senza difficoltà con la mano sinistra. “Bravo” esultò Quasi Quasi. “Infilaci il polso”Il ragazzino obbedì.Tirarlo su però, si rivelò tutt’altra faccenda, molto più problematica. Quasi Quasi scivolò fin dove poteva. Si assicurò con le gambe e si preparò a reggere il ragazzino finchè non fosse passato qualcuno che potesse aiutare entrambi.

Restarono lì per due ore, fino a quando terminata la pausa pranzo, l’idraulico Adelio che tornava al lavoro li trovò, saldamente legati l’uno all’altro per il tramite di una cintura, delle reciproche promesse,  e delle rispettive rassicurazioni. Quando Quasi Quasi,finalmente seduto, anchilosato e ormai giunto alla fine delle sue forze si trovò finalmente davanti il bambino sfinito, lo incamerò tra le braccia e le gambe, stringendolo in un cerchio magico in cui finalmente comprendendo un’altra creatura tornava intero. Solo le mani, danneggiate dallo sforzo prolungato, pendevano inerti da quell’abbraccio infinito.

(Già postato su Cronotachigrafo)

attiminvolo alle 19:43 in: racconti, tuffo carpiato
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mercoledì, 15 febbraio 2006

La grattugia

Eppure di tutte quelle parole che avevano fatto la loro storia non ne era rimasta che una: " Addio". Come a rimettere nelle mani di Dio quello che loro due non avevano potuto comporre, nè in cucina, nè in sala, nè in camera da letto. E lo strazio della strappo era tutto raggomitolato nel piccolo corpo di Alessio, 4 anni a Natale. Doloroso persino respirare e guardarlo Alessio, biondo, con il nasino perennemente otturato dal muco."Dov'è il mio papà?" chiedeva. E Mirella che non aveva risposte non gliene dava.

Come si va avanti quando non vedi più nulla davanti? Come si insiste a vivere quando vivere ti nausea? Quando non sai più dove andare, alla fine la vita ti porta lei. Ti porta dove vuole e a te non resta che seguirla. Così Mirella si trovò la vita davanti. "La nausea che prova, in una giovane donna, di solito ha un senso preciso" le disse il medico di base. Mirella  lo fissò stupita. Non ci aveva pensato che in mezzo a tutto quel veleno potesse germinare qualcosa. Però uscita dal medico, corse in farmacia.

E infatti, la striscia bluastra si compose obbediente nella finestrella. Mirella la guardava allibita. "Mamma, mamma ho fame" piagnucolò Alessio entrato in bagno come un'uragano. Mirella gli sorrise, era quasi l'una, Alessio aveva ragione. Così andò in cucina e cominciò a preparare una pastasciutta. L'acqua, il sale, e poi pentolino con olio, aglio e cipolla, pomodoro e basilico. E intanto che compiva quegli atti quotidiani cercava di immaginarsi come affrontare quella novità che "disprava" nuovamente il mazzo e ridistribuiva le carte.

Di nuovo e più pressanti si contrapponevano  i diritti dei figli a quelli degli adulti. Il diritto di Alessio di avere una famiglia con un padre e una madre ora acquistava un peso maggiore, perchè questo, non ancora nato, rinnovava la richiesta e rilanciava il gioco. Mirella grattugiava il formaggio grana. E dentro di sé pensava: "Come posso ricucire questa storia con un uomo che non amo più? Chi mi darà la forza di essere la moglie che lui si aspetta?" "Basta mamma, hai fatto una montagna." Mirella si riscosse. In effetti aveva grattugiato grana per un esercito. Così si mise a ridere, colpita da subitaneo buon umore.Evidentemente la decisione era già presa: si allargava la famiglia e lei grattugiava il doppio.

attiminvolo alle 16:09 in: racconti, tuffo carpiato
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