domenica, 09 dicembre 2007

E già, Natale ...

20071209175800
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mercoledì, 10 maggio 2006

Una storia mooolto sconveniente

Si conoscevano casualmente da tempo, pur frequentando cassetti diversi. Era una conoscenza formale e superficiale, ma lui l’aveva notata subito e mostrava verso di lei un certo interesse gentile. Di lei non è dato sapere, poichè aveva sempre mantenuto un atteggiamento di contegnoso riserbo.

Lui era allampanato e scuro, elegante ed essenziale, percorso per tutta la sua lunghezza da una serie di costine. Era sempre in compagnia del fratello, un tipo silenzioso che gli assomigliava molto.
Lei era cedevole al tatto, setosa e morbida, con inaspettati inserti di pizzo che fiorivano maliziosi tra il nero della stoffa lucida, creando a sorpresa, improvvise trasparenze.

“Buongiorno” e “Buonasera”, nulla di più, talvolta avevano condiviso un appoggio temporaneo sul piano del letto. Lui rigorosamente dalla parte sinistra, lei rigorosamente dalla parte destra.
Qualche volta avevano condiviso anche la permanenza nel cesto della biancheria sporca, ma mai, mai e poi mai avevano diviso l’esperienza mistica del meraviglioso viaggio nella straordinaria macchina che gli uomini chiamano lavatrice.

A lui, capo rustico e di poco prezzo, era normalmente vietato mescolarsi con una come lei. A lei soltanto, damina dai modi signorili, era riservato il privilegio del lavaggio “delicato”, e lui non l’avrebbe probabilmente sperimentato mai se non fosse rimasto “scompagno” in fondo al cesto della biancheria sporca, unico rimasuglio da lavare.

Così la mano efficiente e sbrigativa della padrona di casa lo afferrò per la collottola e con un movimento deciso lo srotolò per intero. Si aprì l’enorme bocca trasparente e il calzino fu inserito con precisione all’interno della grande vasca lucente.

Mentre giaceva nel buio, sopra a un mucchietto di panni , avvertì una piacevole sensazione tattile proprio sotto al calcagno. Era proprio la signorina in questione. Il calzino in parte si sovrapponeva all’adorabile creatura che giaceva apertamente distesa con morbido abbandono.

La vicinanza era notevole e il calzino iniziò ad emozionarsi, aveva qualche difficoltà a mantenere una respirazione silenziosa. Tentava di rallentare il respiro, ma sentiva che non aveva aria a sufficienza.
L’inizio del ciclo di lavaggio giunse pietoso a toglierlo d’impaccio. Annunciato da un suono cristallino di acqua che scendeva a cascata, riversava infine sopra a tutti loro una massa fragrante e profumata, frazionata in milioni di piccole gocce di un liquido scivoloso: acqua e detersivo emulsionati .

Il calzino si sentì strappare verso l’alto e poi discese verso il basso, accompagnato con un movimento languido che cominciava a lavorargli dentro. Nel movimento ogni indumento si appoggiava all’altro e poi prendevano direzioni diverse, per scontrarsi in seguito di nuovo.

La" vezzosa mutandina " gli danzava d’intorno, scomparendo a tratti nel vortice di una giravolta. Quando il movimento aumentò di intensità e si fece rotolante il calzino si lasciò andare, il vortice lo catturò completamente, il giro del cestello divenne completo e tutto parve perdere senso e riferimento. L’acqua sciabordava con un movimento che non aveva fine, attutiva i movimenti e li rendeva riflessi e senza peso.

Il calzino fece un’altro giro completo, seguito da presso dalla mutandina, che esplose complice in una risatina squillante. Lui si drizzò sul bordo elastico per guardarla meglio e quello che vide lo lasciò senza fiato. Lei danzava meravigliosamente nell’acqua scivolosa, volava quasi, allargandosi con il corpo sciolto. La stoffa, gonfia d’acqua ondeggiava soffice ed invitante.

Forse fu solo un’impressione, ma anche l’acqua parve scaldarsi. Il calzino agì d’istinto e con un movimento fluido si gettò verso la creatura che lo attirava tanto. Tutto il resto del mondo scomparve mentre lui la penetrava.

Strettamente allacciati affrontarono il resto del lavaggio, con l’acqua che vorticava tirandoli verso il basso per gli improvvisi mutamenti di direzione del cestello, con le pause e i cambi di ritmo.

Strettamente allacciati affrontarono il risciacquo, tonico, insistito e prolungato.

Strettamente allacciati affrontarono il giro della morte della centrifuga.

E quando non ebbero più fiato e forze, giacquero stropicciati e stanchi sul fondo concavo della lavatrice.
Furono separati, alla fine, dalla efficiente padrona di casa, che li stese vicini vicini su un unico filo di plastica bianca. E lì rimasero, tutta una notte, oltre la ringhiera del balcone, a penzoloni sul nulla, sotto a un cielo pieno di stelle, a raccontarsi sospiri di desiderio e promesse d’ amore eterno.

 (Già pubblicato su Cronotachigrafo)
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giovedì, 30 marzo 2006

Del vero motivo per cui serve la mamma

Sergio ha sette anni. Sergio corre a casa disperato. Inciampa, rotola e si rialza. Sergio si ripulisce e subito riprende a correre mentre le lacrime gli velano le guance rosse, entra dal cancelletto sul retro, lo lascia aperto e vola verso le scale. Spalanca la porta di casa facendola sbattere contro il muro del bagno. Sergio sale le scale piangendo e urlando " Mamma, mamma..."

La mamma lo sente arrivare come arriva un temporale d'estate: urgente e improvviso. La mamma si ferma un istante nel gesto di allargare il calzino che stava stendendo, poi poggia il calzino."Sono qui Sergio, che c'è?" "Il cuore, mamma, ha cominciato a battere forte mentre stavo giocando a pallone ed ora non smette, NON SMETTE PIU' MAMMA"

Sergio afferra la mano alla madre e se la porta al petto perchè senta quel cuore imbizzarito e ci faccia qualcosa lei, che può praticamente tutto.... La madre guarda la mano che copre quasi per intero il petto del figlio e ascolta quel suono di sangue, di vita, quel canto che sale dal petto. "Tranquillo" gli dice "E' normale che un cuore batta, è fatto per questo.." "Ma va forte mamma e non si calma..."

"Adesso vedrai che si calma" Dice la mamma e intanto continua a tenere la mano sul petto, stetoscopio amoroso, coperta, rimedio. D'un tratto il cuore cessa di correre tanto. "Ha smesso..." fa Sergio "  e se adesso non batte mai più?"  La mamma gli pizzica il naso "....non credo, saresti già morto"

Sergio sorride. "Adesso torno fuori mamma. Però a pallone non ci gioco più per oggi...." 

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giovedì, 23 marzo 2006

Il presepe

A volte si fanno dei progetti fantasiosi. Costruzioni di pensieri azzardati sulla carta, che resistono miracolosamente  alla prova dei fatti. Fu così che quello che doveva essere solo un grosso impiccio, si trasformò in un fatto meraviglioso, che vide implicati tutti gli abitanti di un paese così piccolo e lontano, che non aveva neanche il rispetto di una cartina stradale che ne facesse il nome. 

A Zecca non c'era  farmacia, nè un tabaccaio vero e proprio. Non c'era un barbiere titolare, nè un medico fisso sul posto. Zecca era una piccola comunità di anime, per lo più anziani, perchè i giovani lavoravano lontano, con una vita scandita da appuntamenti abituali. Il mercoledì, due volte al mese arrivava il barbiere, ogni  venerdì toccava agli ambulanti che sciorinavano le mercanzie più disparate. Poi era il turno del medico condotto il giovedì che portava anche i medicinali necessari ,e presso l'unico negozio si poteva trovare di tutto.

La vita era piena di certezze a Zecca, di appuntamenti non rinviati,di piccoli lussi e comodità. Per esempio si poteva avere una bombola del gas, se ti finiva la tua sul più bello, a qualsiasi ora del giorno. Bastava andare a casa di Tonino e chiamarlo forte.  E il pesce arrivava bello fresco su certi furgoncini bianchi che ti chiamavano da dentro le tue faccende con la voce tonante di un megafono :"Pesce fresco, orate, scampi ,calamari". La vita era un mutuo soccorso e ci si conosceva tutti. Alla Messa della domenica ci si andava insieme a farsi sgridare da un prete che apriva la chiesa per l'occasione.  Ma era una religiosità che non scalfiva le regole dell'umana famiglia, si sovrapponeva senza danno alle scappatelle di Piero con la vedova Antonia, (che la moglie di lui era malaticcia e non vedeva danno a cedere ad Antonia un po' dell'esuberanza del marito), nè cozzava con l'attitudine di Erminio, titolare dell'unico negozio, di non pagare tassa alcuna, (e non si capiva come mai dovesse farlo, lui che allo Stato non gli aveva mai chiesto niente, nemmeno lo straccio di un diploma di licenza media).

Così la vita aveva le sue regole, e il Buon Dio altre. Bastava non confonderle. Quando Pina, la figlia grande di Rosina tornò a casa, e non era più sola,  avendo dentro di sè il seme di una nuova vita, Rosina  confidò ad Anna la confusione che le girava per la testa ed Anna, che quel peso non lo poteva sostenere, lo appoggiò in parte sul marito Carlo e piano piano il problema si allargò e divenne un problema di tutti. La Pina era straniata,  annientata da quel momento tremendo in cui aveva scoperto che quel figlio costruito in due , riguardava solo lei. E se ne stava assente immobile e tranquilla a veder la vita che cresceva come se non la preoccupasse affatto cosa sarebbe successo dopo.

Con il passare dei mesi tutto il paese la vegliò,mentre un gran pancione la occupava tutta e verso la fine fu chiaro che quel bimbo era figlio di tutta Zecca.Una sera gli zecchesi si riunirono tutti nella stalla  di Giovanni, ormai era novembre  e faceva veramente  troppo freddo per parlare all'aperto.  Piero e Antonia si offrirono di riconoscere  la creatura che stava arrivando come se fosse loro. Ma Erminio argomentò che sarebbe parso strano che una coppia di coniugi attempati potesse ancora generare. Antonia avrebbe avuto l'età, ma non aveva più lo stato civile adatto ( e il marito era mancato da troppo tempo....)

L'idea venne a Tonino, che aveva un padre morto di recente, di cui non aveva ancora denunciato la dipartita, non fosse altro che per quel po' di pensione che ancora produceva. "Si potrebbe," disse," far sposare papà alla Pina,che con il conforto di un cognome avrebbe qualcosa da offrire alla creatura." Non c'erano altre idee e l'assemblea si sciolse. Un mese dopo una gigantesca Pina, ondeggiante come una mongolfiera bianca convolava a giuste nozze con il padre defunto di Tonino, (che di Tonino aveva i lineamenti, i tratti somatici e il patrimonio genetico), Il prete straniero manco se ne accorse, nè capì nulla l'impiegato di stato civile, frettoloso e sufficiente con quella gente contadina.

La sera del 24 dicembre la Pina ebbe uno sturbo, come un mancamento e per non preoccupare la madre si nascose nella stalla di Giovanni, dove al cospetto dell'asino Tobia e della mucca Giosè diede alla luce un bel bimbo sano, figlio dello spirito di un morto e della carne di un vivo che non era lì. Quando Rosina, pazza per la paura di non trovarla più ebbe allertato tutto il paese, la cercarono ovunque. Alla fine, stremati gli zecchesi si diressero verso la stalla, per consigliarsi tra loro sul da farsi e lì trovarono la  Pina, finalmente di nuovo viva. Sembrava una madonnina con il suo personale Gesù. E loro tutti erano i Re Magi...

(Già postato su Cronotachigrafo)

 

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sabato, 11 marzo 2006

C'era una volta

Pinuccia era piccolissima quando aveva perso la mamma. Nemmeno se ne ricordava più di averne avuta una, se non per lo struggimento che le dava talvolta osservare il cielo, quasi che tra le stelle appiccicate lassù ci fosse il ricordo di occhi buoni che la proteggevano. E di protezione aveva effettivamente bisogno, che il padre era sempre al lavoro e lei cresceva rustica e selvatica come un’erba di campo, diceva zia Matilde.

 Ma la verità era che Pinuccia era sola. I capelli le crescevano già spettinati, così non si poteva farci nulla, le unghie se le mangiava tutte e l’abito le si accorciava addosso, come per magia. Zia Matilde veniva a trovarla quando poteva, ma aveva pure lei i suoi mocciosi, tre, tutti di età tra i 2 e gli 8 anni. Fortunatamente ad un certo punto quando il mondo stava per franarle addosso, per l’impossibilità di scoprirne le regole, Pinuccia scoprì di poter parlare con le cose.

Era come se gli oggetti che sua madre aveva maneggiato per tanto tempo ne avessero assorbito in parte l’essenza, o l’amore, che è lo stesso, essendo l’amore l’essenza di una madre e gliela trasmettessero in un linguaggio che capiva solo lei. Pinuccia se ne accorse una mattina che aveva messo un goccio di latte in una vecchio pentolino a scaldare sul fornello. "Corri, corri" La chiamò il pentolino "Il latte esce". Appena in tempo!

Pinuccia ringraziò il pentolino, non tanto stupita di quella voce che gli usciva chissà da dove, piuttosto grata, (come un assetato che beva un’acqua di cui ha così bisogno, da non chiederne affatto la provenienza...). Da quel giorno le cose tutte, si presero cura di lei. La sveglia la svegliava ogni mattina con i nomi più dolci che conosceva, (.. purtroppo conosceva quasi esclusivamente numeri), il pettine la chiamava per pettinarla , "vieni Pinuccia che ti insegno..." (... e piano piano domava la sua massa crespa di capelli, un giorno a destra, un giorno a sinistra), così il sapone, che con tutta la sua schiuma, non le entrò mai in un’occhio.... Pinuccia crebbe, il forno le insegnò a cucinare, il ferro a stirare, i libri a leggere, i numeri a far di conto.

Un giorno alla sua porta bussò uno sconosciuto. "Non aprire" disse la porta "chiedi prima chi è" "Chi è?" chiese Pinuccia "Sono un giovanotto che si è perso" rispose lo sconosciuto. Alla porta piacque, quindi si aprì. Subito la sedia si propose "Fallo sedere, Pinuccia" suggerì sottovoce..." La prego, si sieda" disse lei. "Con piacere" rispose lui. "Offrigli un caffè" buttò lì di nascosto la vecchia cuccuma. "Posso offrirle un caffè?" Chiese Pinuccia. "Volentieri" rispose lui. Poi ci furono i biscotti ...e bisognò andare a vedere il roseto, che era un trionfo di rose appassionate. I due passeggiarono, passeggiarono, passeggiarono e infine si innamorarono.

Pinuccia si sposò, cambiò casa, cambiò vita , ebbe dei figli suoi , aprì una rivendita di giornali .....e perse quella straordinaria capacità che le aveva salvato la vita. Ma non se ne dispiacque, perchè aveva capito che non si è mai veramente soli, purchè si sappia leggere nell’essenza delle cose di quelli che sono venuti prima di noi e lasciare un segno, piccolo, anonimo, scritto con le parole dell’amore e dell’abitudine per quelli che verranno dopo.

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giovedì, 09 marzo 2006

L'amicizia


Il posto era bellissimo, scabro ed irsuto insieme , un  susseguirsi di colline non completamente verdi. Anna a piedi, seguiva la strada che saliva lenta, con  lunghe volute  e curve sinuose. Il sentiero aveva preso ad inerpicarsi ad un certo punto e non c'era più stato fiato per altro, che per salire. Poi Anna aveva visto in lontananza il paesino, abbarbicato alla collina.

Le case l'una addossata sull'altra sembravano sortire direttamente dalla roccia. Pareva si reggessero per miracolo, puntando alte verso il cielo , mentre si spenzolavano lievi sopra i verdi diversi degli appezzamenti,  bordati di pietre e ricchi di sugheri e ulivi contorti. Le capre  in gruppetti sparuti danzavano in lontananza fra le rocce. La strada finiva direttamente nel centro del paese, curva e in salita anche lei.

Anna  stava andando a casa di un amico. Aveva poche cose con se, uno zaino con l'indispensabile, una cartina stradale in tasca e buone scarpe ai piedi. Chiese informazioni presso la farmacia, e fu indirizzata a salire ancora. Arrivò alla fine davanti a una chiesa, nel punto più alto. Lo slargo, completo di panchine si affacciava sulla valle. Visto dall'alto il panorama era splendido, oltre le colline che digradavano larghe, il mare e il cielo si fondevano senza soluzione di continuità e l'aria era leggera e frizzante, quasi fresca.

Mario era lì, seduto a guardare un punto lontano e indefinito. Aveva lo sguardo di chi navighi in fondo a se stesso, concentrato tra i suoi personali perchè. Anna non lo vedeva da almeno tre anni, ma  lo trovò così familiare e consueto che cominciò a saltare e corse ad abbracciarlo. Mario si fece travolgere, aveva occhi buoni che sorridevano, abiti larghi e il corpo un po' smagrito. L'abbracciò stretta stretta.

"Vieni, sarai stanca" Le disse lui guidandola verso una casina magra e alta.Ma Anna non aveva voglia di riposare e così lo aiutò ad apparecchiare la tavola e mentre mangiavano insieme gli raccontò di quello che succedeva tra le persone con cui lavorava e con cui tre anni prima aveva lavorato anche lui. La conversazione continuò a lungo facile e leggera. 

Anna si era subito lasciata andare con lui, che invece aveva  sempre mantenuto un educato riserbo tra loro. E questo era bastato a far sì che le cose fra loro non evolvessero mai, nemmeno quando Mario alla fine se ne era andato, trasferito altrove.La sua mancanza era stata un dolore sottile, sempre presente, ma più facile da sopportare proprio perchè intessuto di  leggerezza.

Ora Anna guardava il viso stanco di Mario e si chiedeva perchè lui le avesse chiesto, proprio ora, di raggiungerlo lì, dove viveva. Alla fine la domanda inespressa divenne imbarazzo, e fu allora che Mario parlò. "Anna" le disse a bruciapelo "sto morendo". Le si rattrappì il sorriso. Aveva scelto lei, tra tutti,  per regalarle il suo dolore.

Rimase con lui, naturalmente. Prese un periodo di aspettativa e si prese cura di lui fino all'ultimo. Sei mesi dopo Anna scendeva di nuovo la strada, verso il mare e il traghetto che l'avrebbe portata a casa. Camminava lesta, d'un tratto dovette fermarsi per lasciar passare un gruppo di mucche che   attraversavano lente la strada, inzaccherando l'asfalto .

Anna sorrise al contadino e all'improvviso avvertì uno strappo al pensiero di lasciare la vita semplice di quel posto che a Mario si addiceva tanto e mentre lo pensava e senza che ne avesse nemmeno la percezione  le lacrime presero a  scendere da sole, rigando silenziose le guance, come se il corpo piangesse senza di lei. Fu allora che accadde, mentre proseguiva nel tragitto Anna cominciò a lasciare  parti di sè, su quelle colline, immemore e silenziosa camminava seminando i suoi lunghi capelli,  cuore, fegato e reni. Poi fu la volta delle braccia, del  volto e dei seni. Non arrivò mai al traghetto, si sciolse tutta e si sparse semplicemente nelle cose divendo l'ossatura appuntita dei vigneti che lui aveva amato , e  fianchi infiniti  di costa brulla ,e curve e declivi dell'isola tutta.

(già postato su Cronotachigrafo)

 

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lunedì, 27 febbraio 2006

Anna e le parole

Esattamente alle 18,45 di un giovedì pomeriggio Anna cominciò a vomitare parole. Uscivano da sole, le riempivano la bocca, spesse almeno un centimetro, scritte in stampatello minuscolo, di un bel nero brillante e mentre uscivano si impigliavano tra di loro, emme con enne, erre con ti e si aggrovigliavano creandole  ingorghi nella bocca.

Lei si spaventò non poco di quello che capitava, ma presto non ebbe più il tempo di far nulla, se non favorire quel parto straordinario, estraendo essa stessa con le mani tutte quelle parole aggrovigliate. Parole lunghe, parole corte, parole bislacche che non si ricordava di avere mai saputo, e poi le parole di suo padre e quelle di sua madre, le parole che aveva letto e quelle che sognava di sentire, in un fluire continuo e inarrestabile.

Quando alle 19.30 il marito rincasò, ebbe difficoltà ad aprire la porta di casa e dopo molta fatica gli si parò davanti uno spettacolo straordinario. Le montagne di parole avevano ormai raggiunto il metro d'altezza e coprivano quasi per intero i divani. Ora, qualunque altro uomo normale si sarebbe spaventato nel vedere la consorte impegnata in una simile produzione. Ma lui conosceva bene Anna, per averla studiata a fondo prima di sposarla, e sapeva che era capace di cose straordinarie, come ad esempio infilare grossi boli di ripieno in piccolissimi tortellini o ricucire enormi strappi sui suoi pantaloni così bene che i pantaloni si scoprivano nuovi.

Però era un uomo ordinato e capì che non avrebbero potuto più sedersi se non avesse provveduto. Così andò in garage, dove teneva grossi scatoloni per ogni evenienza  e tornò in casa.  E lì cominciò a riempirli, e siccome  era molto razionale iniziò a mettere insieme tutte le parole che cominciavano con la stessa lettera: arpia, ansimare, assillo, assetto, astuto ecc. ecc. E Anna rincuorata dall'atteggiamento positivo del marito cominciò a cooperare.

Alla fine il fiume di parole si seccò. Albeggiava quando chiusero con nastro adesivo l'ultima scatola: zefiro, zanzara, zuccone,zampillo ecc.ecc. Le scatole, ordinatamente sovrapposte riempivano una parete. Anna guardò il marito, aveva gli occhi rossi e la barba lunga. Allora gli tese la mano, che non poteva dirgli più niente e finalmente andarono a dormire...

(Già postato su Cronotachigrafo)
 

attiminvolo alle 20:32 in: racconti, volo libero
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giovedì, 23 febbraio 2006

Anna. la gemella, l'albero e la mamma.

(libera rielaborazione di post)

  E fu mentre percorreva la sua strada, a capo chino, tutta concentrata per non perdere di vista nemmeno uno dei sassolini bianchi che indicavano la direzione, che Anna si imbattè nell' altra parte di sè stessa .Proveniva dalla sinistra, da dietro un cespuglio sempreverde, china e affannata come lei dietro alla sua personale strada di sassolini.

Si squadrarono, e  fronteggiarono con sfida.
Si misurarono, e   contrapposero.

Si riconobbero complementari e sovrapponibili.
Erano simmetriche rispetto a un centro posto da qualche parte tra loro.

Per la prima volta Anna prese coscienza delle sue ragioni e delle motivazioni dell’altra. Dei suoi limiti e dei perchè dell’altra. Per la prima volta constatò come fossero salde le sue mani in quelle  calde e asciutte di lei ....Alla fine si compresero così profondamente ...che in un'attimo si fusero.

Basta conflitti e dicotomie, ora in Anna regna una pace profonda. Ha smesso di affannarsi per improbabili sentieri....Medita, seduta, con le gambe incrociate. La potrete trovare, sulla collina più alta, a nord della terra di nessuno.Il tramonto le regala bagliori dorati. La pioggia la vivifica. Persino le formiche la onorano, accarezzandola con ondeggianti zampine, mentre la percorrono, seguendo un loro personale sentiero, di cui anche lei è parte.....

....dopo un po’, con le tasche piene di sassi, Anna si zavorra. I piedi li pianta nel  morbido fango marrone e caldo.Dalla testa srotola lunghe chiome che si estendono e si allargano. Sono lucidi rami bagnati, ricchi di foglie che piano si spiegano.... Anche le braccia si allungano, mentre le stende verso il cielo. Le guarda, senza paura e le vede ricoprirsi delle rugose venature del legno. Sta cambiando. E si allunga e si alza. La attraversa una potenza che progressivamente cresce. E' una forza che scaturisce direttamente dal terreno nero e ricco.Le da alla testa. Il vento la attraversa, s'insinua e sibila tra le foglie. Chiude gli occhi pesanti....  

Molto tempo dopo, sta. Tranquilla. Sente passare i giorni,  la pioggia gelata la frusta ,la neve la ricopre, il sole irridente le accartoccia le foglie... Un giorno il figlio di Anna, quello piccino, la trova. Lei lo sente arrivare. E' ormai grande, ha mani grandi, piedi grandi, e un cuore enorme. l’ha  cercata per anni sulle colline della  sua vita. E' pieno di frustrata nostalgia, è vuoto del sogno di un amore che è mancato. La ama e la odia. Non si può liberare di lei. Lei lo sente, e questo fa  emergere piano  la sua natura umana. Un braccio si libera per primo e  piano gli accarezzo la testa,  mentre stanco si riposa contro il suo tronco. Poi libera l'altro e l'abbraccia.La testa la libera con un movimento laterale, poi il corpo. Per ultime le gambe. Adesso lui è steso, con la testa sulle  gambe di Anna. "Ma...," le dice "...andiamo a casa."

Suppongo che sia per questo che si va avanti. Non ci si può neanche perdere, se hai figli piccoli....

attiminvolo alle 10:48 in: volo libero
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domenica, 12 febbraio 2006

L'odore di muffa

L’odore di muffa del sottoscala che portava alla cantina era uno sgradevole inconveniente. Lui vicino a me era il premio. “Esco ma' , porto via la spazzatura” In realtà scendevo due rampe di scale e come un cucciolo mi rifugiavo nel suo abbraccio. Mi baciava molto a lungo, avevamo quindici minuti buoni. Mi faceva impazzire il soffio caldo del suo respiro dentro le mie orecchie. Il languore che mi invadeva mi faceva cedevoli persino le ginocchia.

Però mi sforzavo di restare su e aderivo a lui il più possibile. Lui mi stringeva e ci sfinivamo di baci. ”Arriverà il momento di volare insieme. Non ancora, non ora.” Io temevo quel momento, lui mi spingeva in quella direzione.  Era un passo misterioso che mi attirava e mi atterriva. Così affrontai la cosa a modo mio: con le parole. Cercai di capire cosa ne pensasse lui. Lui mi stupì. Mi disse:” succederà quando sarà il momento”.

Fu questo alla fine che lo fece succedere. Arrivò il momento. Era domenica, e non ricordo nessun imbarazzo, nessuna vergogna e un dolore che mentre trattenevo il respiro era già finito. Forse perchè lui non aveva esitato e io non l'avevo fermato. Forse perchè eravamo così giovani che vivere pareva una questione di vita e di morte, forse perchè volevamo tutto e lo volevamo subito. Avemmo molte cose, non tutte belle. Fu per dispetto che la sorte ci punì.

A seguito di un incidente stradale restò paralizzato ed eravamo sposati da poco. La vita si divise improvvisamente in prima e dopo l’incidente. Ma come sempre accade è proprio quando vieni derubato dalla sorte che l'esperienza ti arricchisce di qualcosa’altro. Siamo molto cresciuti e il nostro legame è divenuto un vincolo che poggia sulla necessità reciproca. Ora è tutto un pochino più faticoso: uscire, muoversi in casa, vivere, richiedono un’attenzione e un impegno costante, ma l’allenamento continuo e il tempo che è passato ci consentono di dire che ce l’abbiamo fatta. Abbiamo adattato il mondo a noi stessi, flettendolo con forza e intelligenza senza arrenderci davanti a un marciapiede, a una scala, studiando i percorsi della città ad ostacoli dove abitiamo.

Resta il dislivello, una differenza di altezza tra noi due a ricordare che quello che è successo è irreversibile.....ma quando cala la sera e lui smette la sua carrozzina ci accoccoliamo vicini vicini nel grande letto matrimoniale e torniamo a guardarci diritto negli occhi, come quando ci baciavamo nel sottoscala che portava alla cantina, con il sacchetto della spazzatura vicino ai piedi e tutta la vita davanti.

attiminvolo alle 22:19 in: racconti, volo libero
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sabato, 28 gennaio 2006

Alla fine ...

Alla fine sono fuggita,  per non farmi mettere in gabbia. Per non essere presa e capita, posseduta e spiegata. Perchè quello che vogliono le donne è la stessa cosa che vogliono gli uomini. Solo che adoperano nomi diversi. E si fanno paura a vicenda. Allora sto provando a volare. Io volo alto, punto al massimo, se qualcuno mi vuol seguire si accomodi che il cielo è di tutti.

Ma se durante uno di questi voli, per la troppa vicinanza al sole, o per il calore provocato da voi stessi,  vi si dovessero staccare le piume, appiccicate una per una con la cera, non ve la prendete con me. Perchè a volare si rischia sempre un po'....

attiminvolo alle 20:15 in: volo libero
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